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Valentina Ersilia Matrascìa

Valentina Ersilia Matrascìa

Classe 1987, romana di nascita e siciliana d'origine. Comunicatrice e addetta stampa free lance. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale (curriculum Operatori della comunicazione interculturale) e in seguito, presso l'università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d'inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame - Festival dei libri sulle mafie e per l'agenzia di stampa Omniroma. Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all'antimafia sociale passando per l'immigrazione, il mondo Lgbtqi e quello dei diritti civili). Ha curato l'appendice cronologica del libro "Roma Brucia" (Imprimatur Editore, 2015) del giornalista Pietro Orsatti con la cui regia ha inoltre realizzato due brevi documentari ("Sulla linea di scena" e "Domani il Pride"). Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole.

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Verita' su Santiago Maldonado

Domenica, 01 Ottobre 2017 11:37 Pubblicato in Attualita'

¿Dónde está Santiago Maldonado? Che fine ha fatto il ventottenne argentino scomparso durante una protesta a sostegno degli indigeni Mapuche? Da Plaza de Mayo da quasi due mesi la domanda rimbalza alle piazze di tutto il mondo, mentre in Argentina torna ad agitarsi lo spettro della desaparicion e le proteste non si fanno attendere. A Roma l'appuntamento per sostenere la lotta dei familiari e chiedere al governo argentino una risposta immediata è a Piazza del Popolo oggi (1 ottobre, ndr) alle ore 16. È il 1 agosto quando a El Bolsón, nei pressi di Bariloche, nella provincia di Rio Negro si perdono le tracce del giovane artigiano impegnato nei diritti civili delle comunità indigene, Santiago Maldonado. Poche frasi ("Qua ne abbiamo preso uno, sei in arresto") e un gruppo di gendarmi che colpisce un ragazzo con le mani legate, secondo quanto riportato dai testimoni, e di lui più nulla.

Era in presidio con la comunità Mapuche "Pu Lof en Resistencia del departamento Cushamen” per ottenere la restituzione delle terre, attualmente occupate dal gruppo italiano Benetton. Nonostante l'impegno in campagna elettorale al riconoscimento dei diritti delle etnie indigene, dopo l'elezione il presidente Mauricio Macri ha promulgato una legge in favore delle multinazionali latifondiste, inasprendo anche l politiche repressive verso le loro proteste. L'ultima volta che Santiago è stato visto è stato durante le cariche della gendarmeria per mettere fine al blocco stradale di una delle arterie principali del paese, la Ruta 40. Il gruppo si sarebbe diretto verso il fiume mentre Maldonado avrebbe trovato riparo sotto un albero prima di cadere nelle mani dei militari. Una scomparsa che riporta immediatamente il pensiero ad una ferita mai risanata della storia argentina: i desaparecidos, gli oltre 30mila scomparsi durante la dittatura tra il 1976 e il 1982.

E in quella stessa piazza che il 30 aprile di quest'anno ha celebrato il quarantennale della prima manifestazione e che da quel 1977 le vede sfilare ogni giovedì con il fazzoletto in testa per chiedere verità per i propri figli e nipoti, le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo hanno portato una nuova domanda di giustizia: quella per la scomparsa di Santiago Maldonado. "Stiamo ancora aspettando l'apparizione in vita di Santiago. Continuiamo a pensare che il governo sta sempre più mentendo” dichiara Hebe Bonafini, presidente dell'Asociación Madres de Plaza de Mayo. “Quando - continua - si inizia con una bugia, non si arriva a mille più bugie per coprire la prima. Non saranno in grado di coprire più la gendarmeria, Bullrich e Macri. Sono responsabili e dovranno farsi carico a tutti i costi". Lo scorso 2 settembre a Buenos Aires diverse decine di migliaia persone sono hanno marciato per chiedere a gran voce che si faccia luce al più presto sulla vicenda. Durante la manifestazione non sono mancati scontri e arresti. Quello che il presidente Macri sperava fosse una caso destinato a sgonfiarsi in breve tempo ha fatto il giro del mondo riempiendo le piazze, virtuali e non.

A due mesi dalla sparizione del giovane infatti la convocazione è globale, dall'America all'Europa si terranno presidi e cortei (un elenco in aggiornamento è disponibile sulla pagina fb "Aparición con vida de Santiago Maldonado – Oficial") al grido "Dov'è Santiago Maldonado?".

Amuni’, il teatro oltre le frontiere culturali

Martedì, 15 Agosto 2017 10:10 Pubblicato in Teatro

Un viaggio nelle culture, nel tempo e nello spazio attraverso il teatro e l'arte. Attiva da 5 anni a Palermo la Babel Crew, «una ciurma di artisti e professionisti dell'arte che hanno scelto di legarsi in un contesto che vedesse la diversità e il confronto dei linguaggi artistici e delle professionalità come motivo di accrescimento», dopo aver vinto il bando MigrArti 2017 debutta al Teatro Montevergini con "Il rispetto di una puttana", scritto e diretto da Giuseppe Provinzano, e lancia un nuovo progetto artistico: Amunì.

Amunì, andiamo. Un'espressione che indica contemporaneamente la proposta ad andare e l'accettazione di questa: a domanda “amunì?” si risponde “amunì!”, il movimento interno ed esterno di ogni persona che si muove verso un obiettivo da raggiungere o realizzare. Dove va il teatro di Babel Crew? Verso quale direzione si muove? Ne abbiamo parlato con il regista Giuseppe Provinzano.

Cinque anni di vita artistica fatti di teatro, danza, cinema e proposte culturali artistiche con la priorità e necessità «di proporre l'incontro - afferma - tra i linguaggi e questa direzione continuerà a muovere le nostre creazioni. Il progetto Amunì poi fa esplodere di senso questa nostra caratteristica laddove al confronto tra i linguaggi aggiungiamo quello tra culture, lingue ed esperienze umane in questo progetto che vuole fare nascere questa compagnia dei migranti che vuole essere prima progetto speciale di Babel e poi magari una costola che prenda vita e si muova autonomamente». Uno spazio fisico, lo "Spazio Franco" ai Cantieri Culturali della Zisa, accanto ad uno "spazio" umano, la costituzione di una “Compagnia dei Migranti” attraverso un laboratorio multidisciplinare che ha immerso 25 ragazzi da ogni parte del mondo (Africa, Asia, Europa) nei diversi linguaggi della scena (teatro, musica, danza, canto, narrazione..). «Da questo laboratorio poi sono stati selezionati 10 ragazzi che hanno proceduto con il vero e proprio allestimento dello spettacolo. Oltre al laboratorio artistico, sono stati realizzati altri tre percorsi formativi professionali: un laboratorio di scenografia, uno di comunicazione, uno di organizzazione. Anche questi sono stati frequentati da ragazzi e ragazze provenienti da più parti del mondo che poi si sono occupati di tutto ciò è servito per fare lo spettacolo. Da questi 4 percorsi nasce il nucleo del Progetto Amuni: tra attori, scenografi, comunicatori e organizzatori sono circa 20 (esclusi noi di Babel) coloro che stanno credendo in questo progetto».


La prima tappa di questo lungo viaggio ha visto la compagnia portare in scena lo scorso 26 luglio lo spettacolo "Il rispetto di una puttana", liberamente ispirato a "La putain respectueuse" di Jean-Paul Sartre. «Una storia e un plot narrativo molto contemporaneo, quasi in maniera preoccupante. Ci racconta come certe nostre derive razziste che l'Europa e il mondo sta prendendo siano cicliche e in nuce nella costituzione delle nostre moderne società. Sartre scrisse questo testo all'indomani del dopo-guerra, attaccando gli USA esportatori guerrafondai di democrazia, raccontando come all'interno di quella società, tra le viscere di quella società, il razzismo e l'ingiustizia sociale fosse ben radicata. Se guardiamo ai Trump, al successo della Le Pen, o certe politiche di Theresa May nel Regno Unito o della stessa Merkel mi sono reso conto che sebbene siano passati 60 anni il mondo non è cambiato o forse è tornato a essere schifosamente quello che era». Una riscrittura lessicale importante che passa anche attraverso l'introduzione di un coro che sposta teatralmente la drammaturgia verso la definizione di una vera e propria tragedia moderna. «Abbiamo dato nuovi sensi e nuovi contenuti. Ci siamo immersi totalmente e, sebbene il plot narrativo sia il medesimo, la distanza con Sartre è cresciuta. Più di distanza parlerei di processo di appropriazione da parte dei ragazzi di una storia che hanno fatto loro. Una storia che più che di migrazione parla di discriminazione a 360° e le loro esperienze di vita sono state sollecitate e hanno a loro volta sollecitato questo processo».

Un laboratorio di arte ma anche e soprattutto di interculturalità in cui culture e lingue diverse si mescolano trovando espressione in una lingua meticcia e universale, quella del teatro. «Durante i laboratori – conferma - abbiamo parlato diverse lingue: italiano francese, inglese arabo. Per capirci, per riconoscersi. Ed era del tutto naturale, necessario. La nascita di espressioni nuove che attraversavano le lingue rendeva poi tutto magico e divertente: un esperanto di lingue, linguaggi e umanità che hanno legato il gruppo e lo hanno reso tale. Il confronto culturale poi è stato spontaneo e ad ampio raggio. Per esempio, a giugno era il periodo del Ramadan e questo ha influito nel lavoro fisicamente per quelle che sono le pratiche di digiuno ma hanno poi portato a un confronto molto interessante tra musulmani e non ma anche tra i diversi musulmani a Palermo che da sempre è stata palcoscenico di questi incontri».

Palermo e la Sicilia, storicamente terre d'accoglienza ma «il virus del razzismo e dell'ignoranza relativa e di tutto lo schifo che questo comporta è annidato nella nostra società contemporanea globalizzata e Palermo e la Sicilia non sono certo fuori da questa globalizzazione e dunque non si può abbassare la guardia in tal senso. Palermo è una città in cui la diversità è valore (non a caso abbiamo deciso di creare qui la nostra Babel crew) ma é il mondo che sembra andare in un'altra direzione. E Palermo è in questo mondo. Sta a noi. A ogni singola persona, perché "[..] in attesa che la cattiveria dell'uomo mangi se stessa, agli altri uomini, non resta che aiutarsi l'un l'altro"».

Al Pride in divisa, rischia il licenziamento

Domenica, 16 Luglio 2017 15:22 Pubblicato in Attualita'

Due provvedimenti disciplinari che comminati tra loro potrebbero valergli il licenziamento dal corpo nazionale dei vigili del fuoco. Questa la pena che il dipartimento nazionale dei VVFF ha previsto nei confronti di Costantino Saporito, il pompiere e rappresentante sindacale USB che lo scorso 10 giugno ha preso parte insieme ad alcuni colleghi e colleghe nel Roma Pride.

 

Riconoscendosi nello spirito costituzionale, antifascista e repubblicano del documento politico del Roma Pride il coordinamento “USB - Vigili del fuoco” ha deciso di prendere parte in maniera pubblica e riconoscibile alla parata dell'orgoglio LGBTQI per le strade capitoline ritenendo «fondamentale la partecipazione di un sindacato a una manifestazione come il Pride», afferma Saporito, unico ad essere colpito dal provvedimento. «Il Pride - continua - si basa sul riconoscimento dei diritti alla persona. Non si possono avere diritti sul luogo di lavoro se non si hanno i diritti della persona. Fare il soccorritore significa soccorrere tutti, senza badare se chi si soccorre è un uomo o una donna, di quale religione o orientamento sessuale sia».

 

Una decisione che non è stata accolta favorevolmente dal corpo secondo cui i manifestanti avrebbero «esposto la divisa del corpo nazionale dei vigili del fuoco al pubblico ludibrio». La pietra dello scandalo sarebbe, infatti, la divisa poiché la delegazione, una sessantina di persone in totale, oltre ad uno striscione riconducibile alla sigla sindacale con lo slogan “Le lotte uniscono quello che le ingiustizie vogliono separare”, indossava la divisa del corpo senza alcuna autorizzazione in contravvenzione con il comma 3 dell'articolo 8 dpr 64/2012 per cui «il personale è tenuto ad avere cura dell’uniforme di servizio, in quanto la stessa costituisce elemento di dotazione individuale che, in relazione alla natura dei compiti istituzionali e del contesto ambientale e/o temporale in cui il personale opera, è funzionale alla sicurezza dell’operatore ed assicura l’immediata riconoscibilità della qualifica rivestita».

 

«In realtà - replica - i vigili del fuoco non hanno una divisa ma dei DPI, dispositivi di protezione individuale. Per queste ragioni, non esiste un'autorizzazione da poter richiedere perché noi non siamo andati come corpo nazionale ma come organizzazione sindacale». Contrastanti già dalla sera stessa le reazioni tra i colleghi e le altre sigle sindacali. In sostegno di Saporito gli iscritti dell'USB hanno lanciato una campagna mediatica rivendicando la partecipazione all'evento «con gli hashtag #licenziatepureme e #iostoconcostantino sono pronti a raccogliere le adesioni e la solidarietà di quanti vogliono dire no all'inaudito attacco portato dai dirigenti del corpo nazionale dei Vigili del Fuoco alla libertà di espressione e a quella di manifestare, sancite dalla Costituzione. Non si possono avere diritti sui luoghi di lavoro senza la libertà di manifestare».