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In via del Corso a Roma, in una vetrina di un negozio di abbigliamento, vedo una curiosa istallazione. Si tratta di un manichino-pecora con tanto di chioma rosso-milva e zoccoli rossi. La pecora é “vestita” con jeans attillati, maglietta bianca e giubbotto di pelle. L’immagine, oltre ad essere di dubbio gusto, veicola messaggi subliminali e sembra fare riferimento ad un femminile da oltraggiare e umiliare. La chioma rossa (indiscutibilmente incongrua in una pecora) rimanda ad un elemento seduttivo mentre gli zoccoletti altrettanto rossi evocano le già note scarpe, ancora rosse, scelte come simbolo della campagna contro il femminicidio. La posizione del manichino, poi, sembra essere un riferimento alla posa “alla pecorina”, su cui non serve soffermarsi ulteriormente.

L’istallazione, concepita da un marchio diffuso nel mondo della moda si presta con tutta evidenza al gioco degli equivoci, danneggiando a mio avviso, oltre che il buon gusto, soprattutto la dignità dell’essere umano, uomo o donna che sia. Messaggi come questi sono abbastanza diffusi dai media e spesso sono talmente ben confezionati che impediscono al fruitore di indignarsi oltre che realizzare una buona analisi della realtà e delle sue criticità; piuttosto determinano uno stato di confusione e di spaesamento che spinge i destinatari ad assumere posizioni mentali difensive, in poche parole “ci si passa sopra”... Se da una parte, come sappiamo, tutta l’opinione pubblica condanna il femminicidio e la violenza sulle donne, dall’altra la comunicazione spesso pecca di superficialità e scarso relativismo e può contribuire a sollecitare istanze interne violente e sadiche.

È di questi giorni la notizia dell’ennesimo femminicidio consumatosi ai danni di una giovane donna per mano del partner “depresso”. Questa informazione, a mio avviso, oltre a spiccare per superficialità é molto pericolosa poiché induce (involontariamente?) a pensare che la depressione possa spingere a compiere un gesto tanto efferato e rinfocolare, in questo modo, vecchie e obsolete convinzioni relativamente alla pericolosità della malattia psichica e, di conseguenza, provocare atteggiamenti di discriminazione. Ci sono voluti anni di sensibilizzazione, e ancora ci si lavora, per sostenere una politica di inclusione della malattia mentale e combattere la gogna sociale e l’emarginazione a cui il paziente psichico è spesso sottoposto. Da un punto di vista prettamente clinico la notizia é fin troppo discutibile poiché una persona depressa difficilmente passa all’azione e, se lo fa, spesso la reazione è rivolta verso se stessa. Quando una persona è depressa non possiede l’energia e la volontarietà di fare alcunché, figuriamoci di avere la spinta e la forza di uccidere. Il “ depresso” di solito non uccide, piuttosto può uccidersi. Altrettanto incongruo sarebbe se si sostenesse la tesi della depressione in senso giustificativo, come dire : “...poverino, era depresso...”, e risuonare quindi come “....pazienza, c’è scappato il morto”.

Non sono da meno talune notizie che fanno trapelare, sotto sotto, altre posizioni giustificative del delitto, anche mediate da immagini che solleticano fantasie eccitatorie nel fruitore. Esiste a mio avviso una curiosa tendenza a eccitare la fantasia attraverso immagini di “femmine” procaci, di primi piani di bocche carnose sempre dipinte di rosso acceso (difficile vedere un lipgloss trasparente), di occhi lacrimevoli col trucco pesante che va sciogliendosi, di spalline calate sulle spalle e vestiti stracciati, di braccia incrociate a difesa di un corpo sopraffatto magari accovacciato in un angolo addossato al muro. Se da una parte si intende combattere la violenza sulle donne sembra di tutta evidenza che si rischia di provocarla, sia pur inconsciamente, utilizzando talune immagini come quella descritta in questo articolo quando non la si giustifichi ricorrendo alla depressione.

Parafrasando il titolo dell’articolo bisogna dunque chiedersi: Chi è VERAMENTE il lupo?... Chi si nasconde o Cosa si nasconde dietro il fenomeno del femminicidio?....

Mercoledì, 11 Aprile 2018 18:42
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Nei miei ricordi Mazzarino è il paese ridente della mia adolescenza. Nell’entroterra siciliano, adagiato su una collina, di forti tradizioni contadine e con una generazione di giovani che sperimentava una libertà che le generazioni precedenti non avevano conosciuto. Avevamo una grande voglia di rinnovamento, eravamo pieni di sogni, speranze e tanta voglia di vivere e di comunicare. Erano gli anni ’70. Non avevo ancora vent’anni. Ogni scusa era buona per stare insieme agli amici, non in gruppetti ma in comitive delle quali si entrava a far parte tramite l’amico dell’amico. Non ci si dava appuntamento, bastava uscire nel pomeriggio e percorrere il corso centrale per incontrare prima un amico, poi due e infine la comitiva al completo. Ebbene, proprio durante una di quelle passeggiate, da Enzo, uno dei soci, venni a sapere che in paese si stava per aprire la prima radio libera in FM. La notizia mi incuriosì, volevo assolutamente fare parte di questa nuova realtà   e così, senza neanche pensarci, mi proposi come speaker. Inizialmente la mia richiesta fu accolta con titubanza, per via della mia “s” moscia, ma poi, visto il mio entusiasmo, mi concessero di fare una prova. Cominciai con entusiasmo. Ricordo che un collega della radio di un paese vicino, con più esperienza di me, mi disse: “Vai benissimo, solo non gridare, parla normalmente, ti si sente lo stesso”. Aveva ragione!

In quel periodo non c'erano ancora tante altre radio nel nostro territorio, anzi erano pochissime e tutte al maschile.  Qui invece c’eravamo anche noi ragazze e facevamo quello che facevano i ragazzi senza divisione di parti o programmi, tutti allo stesso modo.

Inizialmente si trasmetteva solo preparando una scaletta musicale e si interveniva un po' a caso tra un brano e l’altro. In seguito, le persone cominciarono a telefonare per fare dediche musicali. Così, ad un socio venne l’idea di convogliare tutte quelle richieste in un “programma dediche” che conducevo insieme a Paolo Bognanni. Si scelse la sigla di apertura e chiusura dei programmi: la “Carmen” di Bizet. Che emozione quando partivano le prime note, ci sentivamo parte di qualcosa di bello! E il bello fu che la gente partecipava sempre più numerosa, era protagonista, si raccontava, raggiungeva chi era lontano, faceva sentire la sua voce, parlava di sé. Fu travolgente: ci fermavano per strada, ci davano suggerimenti e ci incoraggiavano con il loro affetto. Se per caso dicevamo al microfono di avere sete, ci arrivava di tutto, da bere, da mangiare e anche qualche dolce appena sfornato. Ci coccolavano e noi stavamo bene. Il palinsesto andava via via arricchendosi. Al mattino almanacco con oroscopi e consigli di bellezza, suggerimenti per star bene. Me ne occupavo insieme all’amica Tanina Cannizzo. Intorno all’ora di pranzo, le dediche e le richieste. Ci telefonavano bambini, ragazzi e adulti di tutte le fasce sociali. Al pomeriggio si trasmetteva il programma per bambini condotto dalla signora Colajanni, detta “zia Lalla”, che in compagnia della mia sorellina Eleonora, intratteneva con indovinelli e fiabe . Poi c’era il programma di musica rock per giovani condotto da Salvuccio Pecorella. Alla sera, il programma di quiz di cultura generale ideato e curato dai fratelli Salvatore e Piero Siciliano; lo presentavo con Paolo. Mio fratello Gianni conduceva un programma di musica e parole dall’atmosfera sofisticata, tra pianobar e night.

Un giorno, durante uno dei miei programmi, mi venne in mente di recitare una delle poesie di mio padre: “Sicilia”. Piacque molto, ne lessi altre e tutti ne volevano sentire ancora. Mio padre, poeta e musicista, incoraggiato da tanto gradimento, ne scrisse una in dialetto dedicata a “RADIO CENTRALE MAZZARINO”. Fu un grande successo. Ne scrisse altre in dialetto che ritraevano situazioni, luoghi e personaggi tipici del paese, ed ecco l’idea: un programma il giovedì sera di sue poesie, recitate da lui stesso: Giuseppe Bilardo, in arte Don Peppino Lattuca. Poi arrivarono le serate musicali con le orchestrine dal vivo, in studio. La radio divenne ben presto una festa per tutti, un appuntamento da non mancare. Durante il programma del sabato sera, molte persone conosciute in paese telefonando a “don Totò Tabacchera alias Diego Giujusa” e imitando popolari personaggi che interagivano tra di loro, davano vita a delle vere sit-com. Il fenomeno si propagò, il successo della nostra radio varcò i confini ed arrivò alle province vicine. È stato un periodo splendido, anche per noi ragazze della radio.

In realtà non abbiamo fatto niente di dirompente, non discorsi femministi né discorsi politici ma, con la nostra presenza e con il nostro impegno, veniva da sé che anche noi donne stavamo prendendo i nostri spazi, in modo naturale, e che non c’era niente di male a collaborare con i ragazzi, in un paese che cambiava pian piano. Da questa sinergia nacque anche un bel lavoro teatrale dialettale, applaudito dalla gente. Il vero eroe di tutto ciò è stato Paolo Bognanni, che continua a portare avanti   le attività ricreative e culturali del paese. Poi si sa, la vita a volte porta altrove ma, in fondo al cuore, un po' di me  è rimasto là con quegli amici, in quella radio e in quel paese adagiato sulla collina.

Domenica, 25 Marzo 2018 19:59
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Nigerian actress Stephanie Okereke visited today one hospitality house handled by ‘Penelope association’, in Gaggi, Messina, Italy. This structure hosts young women victims of human trafficking.

Meeting was desired by the actress who wants to know thoroughly human trafficking phenomenon to fight it in Nigeria.

During the meeting, Stephanie met a lot of girls and she heard their stories with a lot of interest. The girls told their experiences, from departure until the arrive in Italy, and they told their dreams, their life expectancy and what they were expecting from their journey.

After the meeting with the girls, Stephanie spoke with Princess Inyang Okokon, who’s cultural mediator at the PIAM, in Asti, Torino, Italy. Princess arrived in Italy as trafficking victim in 1999, and today she’s a great activist against  human trafficking.

Both Stephanie and Princess emphasized the importance of a correct information about this phenomenon to allow the girls to avoid traps which condemn to slavery.

GS Trischitta

Venerdì, 19 Gennaio 2018 21:07
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La nuova segretaria vi dà problemi? Niente paura, una sculacciata, se data con spirito goliardico, potrà motivarla e sopratutto non è reato.

Così, almeno, sostiene il tribunale di Vicenza, nella persona del giudice per le indagini preliminari, che ha seguito il caso di una denuncia da parte di una dipendente verso il capo, colpevole di averle dato, in diverse occasioni, delle pacche sul sedere.

La donna aveva sporto denuncia verso il superiore avendo subito in tre diverse occasioni delle “sculacciate” che le avevano fatto ottenere delle scuse dal dirigente, seppure questa avesse comunque deciso di sporgere denuncia, sentendosi umiliata come donna e come lavoratrice.

Le pacche, non smentite dai colleghi, vengono tuttavia descritte da questi ultimi come un semplice gesto goliardico che il dirigente, pare, era solito distribuire equamente, e senza discriminazioni di sorta, fra tutti i solerti dipendenti.

Oltre a queste curiose gratificazioni di natura fisica, il dirigente, sempre secondo la donna, era solito apostrofarla e ingiuriarla per motivarla al lavoro. Tuttavia l'ultima accusa di reato sarebbe, nel frattempo, stata depenalizzata e risulta perseguibile solo in ambito civile.

Sulla base di questi dati la vicenda è stata archiviata e il 38enne dirigente amministrativo di una ditta commerciale ed è risultato, in tal maniera, non colpevole. 

Venerdì, 19 Gennaio 2018 13:40
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“Chiamami sempre amore” è l’ultima performance teatrale portata in scena dalle Mamme del Festival  al  Marano ragazzi spot Festival.

    Figlie del festival, perché sono nate dentro questa straordinaria iniziativa, - voluta da Rosario Duonno che  da vent’anni fa incontrare  giovani  delle   scuole di tutt’Italia in un progetto di legalità, inclusione, giustizia e bellezza- le Mamme hanno creato  un’associazione di volontariato che condivide le finalità del Festival, impegnata non solo nell’”accudimento”  degli ospiti, ma anche nella realizzazione di esperienze di Teatro di comunità  con l’associazione AGITA.

“Chiamami sempre amore” è, come quelle degli anni precedenti,  una performance   essenziale ma  di grande densità emotiva, su una scenografia minimale che le attrici riempiono di pathos con un’interpretazione che è forte perché trasferisce nell’arte il loro vissuto, la passione, il desiderio di rifare il mondo facendo teatro, accogliendo anche le parole della  letteratura classica.

Ancora una volta  portano in scena la maternità, tema infinito, ancestrale, e per questo rischioso.  Ma vincono ogni pericolo e rischio di cadere negli  stereotipi perché la raccontano nella molteplicità  delle sue facce, fuori dalle  tipizzazioni riduttive.

 Quattro momenti in sequenza, diversi e collegati da un filo forte e problematico che ne mette in evidenza luci ed ombre. C’è  la maternità che si realizza nel rapporto viscerale d’amore per il figlio o per la figlia, non solo il proprio  ma anche quello dell’umanità al quale dedicare cura. Dice Antonella: “La mia felicità traspare quando guardo gli occhi di mio figlio, che si illuminano di gioia, quando mi stringe forte a sé e mi sussurra che io sono la sua essenza”.  C’è la  maternità che è cura di sé, conforto e sostegno al proprio desiderio di libertà, di gioia, di realizzazione. Dice  Giusy: “Raggiungere degli obiettivi, piccoli o grandi che siano è la priorità che accompagna la mia vita da sempre. Ciò che  mi consente di vivere e di affacciarmi a quella finestra sul mondo, mi dà la carica e l’energia per andare avanti. E quando tutto questo avviene riesco a sentirmi soddisfatta per aver salito un altro gradino in questa ripida scala che è la vita.”. C’è la maternità con i suoi lati oscuri e perfino criminali: quella delle Chiarinelle e delle capesse della camorra, spietate madri tutelari della famiglia nelle faide sanguinose che mietono le vite dei loro figli e le loro stesse vite. Il   dolore della Madre si confonde e fonde con quello della Madonna o con quello di Medea, nell’eterno conflitto tra se stessa donatrice di vita e domina del vivere che ha donato.  Dice Maria-Madonna : “Cosa vi  aveva fatto questo mio Figlio benedetto, d’averlo così in odio, da farvi tanto canaglie con lui… ma mi cadrete nelle mani: ad uno ad uno…”. Dice Titta-Medea:  “Su sciagurata mano mia, la spada, stringi la spada, e muovi a questo truce termin di vita, non essere codarda, né dei figli pensar che d’ogni cosa ti son più cari, e che li desti alla luce.”

Infine, chi sono le madri, chi sono le donne? Non danno una risposta le Mamme di Marano, ne danno mille, aperte,  “perché non mi sentivo né moglie, né madre, né lavoratrice” .

Così,  sul mistero aperto intonano il canto di Vecchioni “chiamami ancora amore, chiamami sempre amore”, mentre gli applausi volano e non si fermano, il pubblico le ringrazia e onora con una standing ovation. In piedi, tutte e tutti,  davanti alle Madri. 

Loro sono  Antonella Gala, Paola De Campora, Simona Caianiello, Mariaelena Lampognana, Giorgia Leone, Maria Casolaro, Titta Pecoraro, Titti Micillo, Giusy Nebbia,  Assunta Infante, Angela Giordano.

   Pina Arena 

Martedì, 19 Dicembre 2017 14:51
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«Sentire che viviamo è di per sé dolce,

poiché la vita è per natura un bene ed è dolce

sentire che un tale bene ci appartiene.

Vivere è desiderabile,

soprattutto per i buoni, poiché per essi esistere

è un bene e una cosa dolce».

Aristotele, L'Etica nicomachea

Come in tutte le città d’Italia il 25 novembre è la giornata dedicata alla sensibilizzazione alla lotta delle violenze contro le donne.

Ed è per questo motivo che a Messina, come in tutte le piazze italiane, si sono dati appuntamento tutte le forze impegnate in questa lotta, a tratti impari.  La Polizia di Stato era presente con il proprio “progetto camper”, un progetto volto a portare conoscenza e sensibilizzazione nelle strade come nelle scuole,  stabilendo come l’impegno delle forze dell’ordine sia in prima fila nel tentativo di debellare queste meschine forme di violenze.

Violenze che hanno tanti volti, dalla moglie, spesso offesa, sino alla morte, alle adolescenti; vittime di una società incapace di riconoscere i molteplici gridi di allarme. Quotidianamente registriamo due femminicidi e nei primi 10 mesi abbiamo registrato 114 vittime, ma questi numero, purtroppo non sono esaustivi, a loro dobbiamo aggiungere le migliaia di forme di violenza che, pur non producendo un omicidio, colpiscono le donne, soprattutto in ambienti “amici”.

Un vero e proprio bollettino di guerra contro coloro che dovremmo amare.

Ma ancora non basta! Alla nostra statistica dobbiamo aggiungere le migliaia di donne profughe che da anni raggiungono le nostre coste, scappando non solo da guerre e fame, ma anche da organizzazioni specializzate nella loro tratta. Donne che pagano lo scotto della loro bellezza  per questo diventano merce, merce di scambio, merce di piacere. Vendute a ogni tappa, obbligate alla prostituzione e sottoposte a ogni forma di violenza che, spesso, non si placano al raggiungimento delle coste italiane.

 Migliaia di donne sbarcano sulle panchine dei nostri porti incinte, immaginando per le loro bambine un futuro migliore, diverso dal loro passato di fame e terrore, sperando in una reale politica dell’accoglienza

Ma cosa fa la politica a Messina il 25 Novembre?

Non trova nulla di meglio che posizionarsi di fronte al “banco di sensibilizzazione dei Carabinieri”, quasi una sfida alle istituzioni, e con l’avvallo di una Onorevole neo eletta chiedono ai cittadini di esprimere il proprio disprezzo alla sofferenza femminile, chiedono di firmare affinché la politica nazionale non legiferi a favore dello IUS SOLI.

NO alla cittadinanza ai bambini nati in Italia, no ai bambini nati da chi ha creduto nel miraggio della terra accogliente e cristiana, e quindi lì a elemosinare una firma in nome di chissà quale diritto di padronanza territoriale, lì a chiedere il disprezzo della sofferenza e del bisogno, lì a esibire la propria forza di Politico, con tanto di maglia nera, che da donna, nel giorno delle donne, oltraggia le donne. 

In riferimento all'articolo sopracitato, riceviamo dall'Onorevole Elvira Amata un testo di contradditorio che, con piacere, riportiamo qui di seguito:

 

Rispetto al pezzo pubblicato dalla vostra testata, dal titolo “Il paradosso di una firma”,  mi corre l’obbligo di fare delle precisazioni che devo a me stessa, al mio partito,  alle donne che da sempre ho difeso personalmente mettendoci la faccia e senza mai pormi alcun problema, nonchéé alle forze dell’ordine che erano presenti in piazza sabato mattina per condurre una campagna di sensibilizzazione contro la violenza di genere che condivido totalmente e a cui io per prima ho aderito. (Per confermare ciò, basta controllare sul

mio sito web e i social a me riconducibili, nonchéé agli interventi che nella mia qualitàà di consigliere comunale ho presentato chiedendo a Prefetto e Sindaco di adottare misure a tutela della sicurezza delle donne. Parlano gli atti e i fatti).

 Quanto da voi pubblicato ha dell’assurdo rispetto al reale stato delle cose. Passare per una xenofoba che sfrutta un’occasione come il 25 novembre per schierarsi contro i diritti delle donne è abietto.

 In rispetto dei messinesi, alcuni dei quali certamente vostri lettori, preciso che la scelta di organizzare i banchetti in delle date stabilita non è stata un’iniziativa arbitraria ma dettata da guide nazionali e non certo calendarizzate per motivi di sovrapposizione a date dedicate alla difesa dei diritti.

 Fratelli d’Italia è un partito che si è speso in modo forte da sempre sul tema della tutela dei diritti delle donne, chiedendo maggiori tutele sul luogo di lavoro, nelle città, in famiglia. E io, che sono donna e madre, oltre che membro direttivo di FdI, non posso consentire categoricamente si sostengano falsità come quelle che ho letto, ascrivendole a me e/o al mio partito.

  Entrando poi nel vivo della nostra campagna contro lo Ius Soli, Fratelli d’Italia sta facendo una battaglia che si fonda su ragioni di merito e di metodo. Quello che il Governo propone è una vera e propria riforma del nostro sistema sociale. Una riforma che non può essere, a nostro avviso, proposta da un Governo come quello in essere, che non gode da tempo di credito e fiducia da parte degli elettori (lo dicono gli indici di gradimento e le stime elettorali degli ultimi due anni), sostenuto da una maggioranza parlamentare eletta con una legge elettorale che è stata dichiarata incostituzionale e che mai, dico mai, si è confrontato con gli italiani su un tema così importante.

  E allora il centro sinistra si presenti agli italiani con un programma elettorale che preveda questa riforma (ivi compreso l’articolo 4 che funge da vera e propria sanatoria per oltre un milione di persone e che niente ha a che vedere con la cittadinanza e le tutele per i minori) e si faccia accordare l’ok dai cittadini.

 In ultimo il video da voi pubblicato è un taglia e incolla di piccoli pezzi che elimina volutamente e strumentalmente fuori quanto anche qui, per iscritto, ho chiarito. Questo è un comportamento che personalmente ritengo inqualificabile.

Questo è quanto ritenevo di dovere a chi ha letto quanto da voi impropriamente riportato in modo assolutamente lesivo e offensivi nei riguardi miei e degli attivisti che si sono spesi in una campagna di informazione e raccolta firme per una sottoscrizione che, a nostro avviso, si limita a pretendere la strenua difesa della sovranità popolare e della democrazia. La quale, mi si consenta, non passa certo da deleghe in bianco, per di più mai firmate, ad un governo che agisce incurante del sentire della gente che neppure si cura di interpellare.

            

Domenica, 26 Novembre 2017 17:02
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Il 25 novembre dello scorso anno una marea di persone, composta soprattutto da donne, ha invaso pacificatamente Roma per manifestare il proprio no alla violenza maschile contro le donne. Anche quest'anno la capitale si appresta ad accogliere migliaia e migliaia di persone che arriveranno da tutta Italia. Il contrasto della violenza maschile contro le donne, il rifiuto del patriarcato, di una cultura maschilista, sessista ed eterodiretta saranno i motivi che spingeranno molte persone a prendere un pullman, un treno o una macchina per raggiungere Roma.

Anche Frida Onlus, che opera attivamente no stop 365 giorni l'anno, sarà presente insieme al presidio Non Una Di Meno - Barcellona Pozzo di Gotto. Una rappresentanza dell'associazione e del presidio marcerà a Roma per simboleggiare una battaglia che deve riguardare tutti e tutte, nessuno escluso.

Tra l'altro, domani 25 novembre sarà l'occasione per divulgare un documento molto importante. Infatti, dopo un lunghissimo anno di lavoro e di mobilitazione, il movimento femminista nazionale NON UNA DI MENO ha reso pubblico - anche in formato cartaceo - il Piano Femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere.

Esso è scaricabile gratuitamente anche dal sito web di Frida Onlus, www.centroantiviolenza.it, che ha partecipato attivamente alla sua redazione.

Combattere la violenza maschile e di genere significa mettere in discussione la cultura e i rapporti sociali che la sostengono. Le donne non hanno bisogno di tutori o di guardiani, non sono vittime e non se la sono cercata. Semmai, lottano per un cambiamento strutturale, a partire dalla scuola, dal lavoro, dalla salute, dall’amministrazione della giustizia e dai media, pretendendo il rispetto dei percorsi di libertà, autodeterminazione e indipendenza. Anche per questo Roma sarà pacificamente invasa ancora una volta.

Venerdì, 24 Novembre 2017 18:35
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di Dino Sturiale

 

Erano gli anni ’70 e io facevo i conti con la mia adolescenza, le tempeste ormonali si scontravano con una coscienza sociale che andava prendendo prepotentemente forma, non fu un caso, quindi, che la mia prima infatuazione  aveva il volto di una ragazza particolare, mia compagna di scuola alle medie. Scuola G. Leopardi, a Messina. Rione Taormina, una zona fortemente degradata della città ma che covava in sé grandi fermenti

La chiamavo Sally, perché mi ricordava molto il personaggio omonimo di Linus, anche se aveva il carattere di Lucy. Ero affascinato tanto dal suo viso, che mostrava una donna più che un adolescente, quanto dal suo carattere forte e determinato.

Iniziai presto a frequentare casa sua, in realtà non si trattava di una “casa” così come potremmo immaginarla oggi. Sorgeva ai margini del torrente Gazzi, al di la del ponte insieme a un nutrito gruppo di altre baracche, affrontate alle “casette” popolari di mussoliniana memoria. Sullo sfondo, sul greto del torrente, baracche ancora più fatiscenti ospitavano le attività di donne di indefinita età che lì si prostituivano, ad ogni ora del giorno, diventando per questo meta di transito per gli adolescenti “curiosi” .

L’area abitativa delle baracche sorgeva sul terreno denominato “Giovanni XXIII”, ed era vissuto con grande dignità da famiglie meno abbienti della nostra città. Frequentando quell’ambiente potei  facilmente rendermi conto di quanto fossero tutt’altro che ignoranti e qualunquisti, così come erano identificati dall’esterno.

Quegli ambienti umidi e malsani erano ravvivati da riunioni sempre più frequentate, si discuteva delle esigenze del gruppo, dell’opportunità di permettere ai propri figli di continuare gli studi, di come poter trasformare quei luoghi precari in qualcosa di più ospitale; nasceva così una coscienza di classe , complice il grande fermento di quegli anni. Io non ero consapevole, ma stavo partecipando alla nascita del PDdI, una espressione politica che si radicava nel pensiero di Marx e Lenin.

Fu così che una sera mi venne chiesto di dormire a casa loro, “Sally” me lo chiese e nei suoi occhi c’era tanta rabbia e tristezza, che io ovviamente non percepii a pieno, ero troppo felice al pensiero di condividere la notte con lei.

La notte fu molto breve, alle 4 del mattino, di un autunno del 1972, un improvviso frastuono; le deboli porte delle baracche furono facilmente abbattute e gli abitanti costretti a abbandonare i loro tuguri a colpi di manganello, e appena fuori le persone entrarono in azione le ruspe, senza dare nemmeno il tempo di mettere in salvo i pochi averi. Io fui spettatore inerme, sulla spalletta del ponte, io ma non la mia coscienza che si andava formando.

Negli anni successivi non rividi più quella ragazza (spero possa leggermi), ma altre ragazze condizionarono la mia giovane vita, ma lontano dalla mia città.

Nel 1976 mi trasferii a Roma, dove frequentai lo studio fotografico di De Bernardis e con lui un ambiente sociale più “alto”. Ma il periodo spensierato durò poco, da lì a breve fui chiamato al servizio di leva e dopo i canonici 30 giorni di adattamento, fui mandato nella mia Roma, nel quartiere a me caro, Pietralata.

Viene da se che la mia vita fuori dalla caserma era tutt’altro che simile a quelle dei mie colleghi. Fuori dall’ambiente militare avevo intrapreso una fitta serie di frequentazioni, quanto mai promiscue, che mi vedevano bazzicare Porta Pia come il testaccio. Ma la stabilizzazione avvenne, ovviamente, dopo aver conosciuto una ragazza.

Mi trovavo a largo Preneste in attesa del mitico 101, un tram che attraversava i quartieri in fase di sviluppo, il tram tardava e noi iniziammo a scambiare le nostre testimonianze di vita a Roma, lei proveniva da Agropoli e frequentava l’ambiente delle radio libere.

In quegli anni nascevano tante emittenti, non ancora regolate, che avevano la forza di aggregare gente con pensieri simili, spesso non ancora ben formati e che avevano bisogno del confronto, più che della partecipazione, come me.

Qui incontrai tante persone, e il confronto si fece sempre più ampio, la mia coscienza sociale si formava lentamente ma in maniera inesorabile, e il rispetto per la dignità di tutti prendeva forma in me, e mi veniva offerte opportunità di confronto, di conoscenza di argomenti che sino ad allora per me erano lontani.

Fu così che, insieme alle ragazze della radio che frequentavo, Radio Onda Rossa, mi ritrovai a sfilare in un corteo a favore della Legge sull’aborto. Era Marzo del 1978, lì conobbi le Donne.

A maggio mi congedai dall’esercito ma continuai a vivere a Roma, ospite del “convento occupato”, un collettivo di donne, femministe, nato all’interno di un convento 500ntesco. Con loro e attraverso le loro lotte per la determinazione del riconoscimento di diritti sociali e umani, imparai a comprendere quel grande universo che, pur essendo in noi, pur essendo parte integrale del nostro essere, a noi uomini è fortemente sconosciuto

In quel convento vissi sei mesi, unico uomo. Fra i dibattiti e le liti, non era facile per me comprendere tutto: gli slogan, i gesti, e così stavo spesso in disparte, accusato di non voler condividere la lotta, in realtà ero solo incapace. Mi aiutarono molto quei sei mesi, non si discuteva solo di problematiche “femminili”, ma di scuola, delle esigenze deli operai, della fascia povera della città; sempre crescente e disadattata; qui si è formata buona parte della mia coscienza sociale, quella che oggi posso trasmettere a mia figlia e alla società, attraverso queste pagine o le mie foto.

Leggo però che una sindaca qualsiasi ha deciso di sfrattare la “Casa Internazionale delle Donne”, un nuovo nome per identificare un vecchio luogo a me caro: il convento occupato. Sfrattarlo, per una mera questione di affitto, significa porre un prezzo a decenni di lotta, a milioni di persone con una coscienza sociale formata, a mille lotte ancora da venire e, soprattutto a una cultura ancora da formare.

Può una donna distruggere quanto migliaia di altre donne hanno realizzato in decenni? Non so se ci riuscirà mai, ma il semplice  fatto che abbia pensato di sfrattare la casa delle donne, riporta lei e il suo gruppo politico a un meschino passato.

La sindaca di sicuro non rappresenta le donne che amo e che ho amato 

Sabato, 11 Novembre 2017 10:18
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I Carabinieri della Compagnia di Messina Centro hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal G.I.P. di Messina, su richiesta della locale Procura della Repubblica, nei confronti di un 26enne ritenuto responsabile del reato di violenza sessuale aggravata nei confronti di una bambina di 9 anni.

Il provvedimento restrittivo scaturisce da mirate indagini condotte dai Carabinieri della Stazione di Messina Giostra, sotto la direzione e il coordinamento della locale Procura della Repubblica, che hanno consentito di comprovare la condotta dell’uomo.

A lanciare l’allarme è stata, nei giorni scorsi, la madre della piccola, che, rilevati alcuni preoccupanti segnali, non ha esitato ad affidarsi ai Carabinieri raccontando la vicenda e la risposta a tale richiesta di aiuto è arrivata in tempi brevissimi.

La Procura della Repubblica di Messina, infatti, a seguito della segnalazione pervenuta dai militari dell’Arma, ha immediatamente disposto accertamenti che hanno consentito di comprovare il reato in questione tanto da consentire una immediata richiesta custodiale.

Alla luce di ciò, il G.i.p. presso il Tribunale di Messina ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti dell’uomo che, pertanto, è stato tratto in arresto dai Carabinieri e accompagnato presso la Casa Circondariale di Messina “Gazzi” a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

La prontezza della risposta della Polizia Giudiziaria nei casi di vittime di maltrattamenti in famiglia, atti persecutori e violenze di genere è conseguente alla specifica preparazione professionale e sensibilità degli operanti nell’affrontare tali reati, per i quali è altissima l’attenzione e la sensibilità della Procura della Repubblica di Messina che ha stabilito precise modalità operative per giungere, quanto più rapidamente possibile, come in questo caso, a tutelare le vittime vulnerabili.

In tale contesto è però fondamentale la denuncia da parte delle vittime di tali reati o delle persone che sono più vicine a queste ultime, così da consentire 

Mercoledì, 18 Ottobre 2017 12:09
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Nel Kansas da qualche giorno è presente una mostra dal titolo “What Were You Wearing?”  “Com’eri vestita?”. È un’esposizione di abiti accanto ai quali sono stati montati dei pannelli con una storia di abuso realmente accaduta. Quei vestiti sono simili a quelli indossati dalle donne al momento dello stupro; abbigliamento quotidiano, vestiti normalissimi come jeans, magliette, maglioni, tute. Una mostra che ha l’obiettivo di sradicare il pregiudizio comune “se l’è andata a cercare” dimostrando che spesso le donne non hanno dei vestiti succinti, come si è soliti pensare, quando vengono abusate. Ma una minigonna può diventare davvero un’autorizzazione alla violenza sessuale? Siete convinti davvero che esistano dei “lasciapassare”, dei “permessi” per stuprare un uomo, una donna o un bambino?

La cronaca quotidiana è continuamente dedita a scrivere di violenze sessuali e psicologiche; a volte, purtroppo, quasi non fa più notizia la storia di una donna abusata sul posto di lavoro, un uomo in discoteca, una donna sul taxi. A proposito di attualità, un caso invece che fa scalpore, probabilmente per i suoi protagonisti popolari, è il caso del conosciuto produttore americano. Infatti, se Harvey Weinstein era uno sconosciuto, adesso non lo è più di certo. Da circa una settimana i media italiani e internazionali parlano a proposito degli abusi sessuali che il suddetto produttore avrebbe esercitato su decine e decine di donne. Alcune di queste hanno avuto il coraggio di denunciarlo, altre no. Alcune sono state elogiate per averlo fatto, altre rese colpevoli di non aver denunciato, giudicate colpevoli di “esserci state” e di aver sfruttato il rapporto sessuale ai fini dell’avanzamento di carriera. Tanti nomi noti, tra cui anche l’italiana Asia Argento contro la quale la maggior parte della popolazione ha puntato il dito, non riservando all’attrice la possibilità di alcun sentimento di solidarietà e sostegno se non da parte di pochi. Mi chiedo perché. Rifletto sul motivo per il quale la nostra società sembra fare fatica a mostrare sostegno ad una donna o ad un uomo che subisce violenza. Sembra quasi che esista un rifiuto nel concepire che un essere umano, di sua spontanea iniziativa, possa costringere un altro essere umano a rapporti sessuali. E così devono essere trovate delle spiegazioni plausibili e purtroppo, spesso, le cause dell’abuso vengono “eticamente” affibbiate alle vittime. È il caso del “se l’è andata a cercare”, “l’ha istigato”, “è colpa sua perché avrebbe dovuto usare degli abiti più consoni”, “mi dispiace però avrebbe dovuto prestare più attenzione”. Diventa quindi molto più semplice, molto più economico cognitivamente semplificare il tutto con delle categorizzazioni, con dei pregiudizi che alla base hanno degli stereotipi di genere che si insinuano nella coscienza collettiva e che fanno davvero fatica ad essere superati.

Lungi dal fare di tutta l’erba un fascio, l’arte della comprensione sembra un po’ sconosciuta al genere umano.  A differenza dell’arte del processare. Mettere su dei processi senza delle basi, delle prove conclamate, diventa l’hobby di chi si prende la briga di mettere bocca su fatti appresi un po’ qua e un po’ la. I social network poi diventano luoghi di fervide arringhe.  Quanti però conoscono davvero il vasto e complicato ambito della violenza sessuale?

In quanti sanno che alla violenza sessuale ci sono molti modi di rispondere? Reazioni che sono prettamente individuali e soprattutto IMPREVEDIBILI.

Per citare brevemente un esempio, conoscete il frozen fright? La mente sperimenta uno stato di paralisi: in pratica la vittima giace senza riuscire a difendersi, senza riuscire a fuggire. Il violentatore continua fino a quando decide di smettere. È ovvio che questo stato potrebbe essere facilmente scambiato come un consenso da parte della vittima allo stupro ma ricordiamo che ogni caso è soggettivo, ogni caso di violenza deve essere approfondito per capire le reali dinamiche. Il frozen fright è solo una delle possibili reazioni sperimentate allo stupro; e il dopo? Flashback, il rivivere l’esperienza dello stupro, le emozioni provate, disturbi del sonno, sensi di colpa, sensi di vergogna, disturbi nella sfera alimentare, compromissione della vita privata e tanti tanti tanti altri vissuti che caratterizzano la vita di donne e uomini dopo un abuso.

Si è mai davvero riflettuto sull’individualità delle donne che sono state giudicate colpevoli? Si è mai davvero provato a chiudere gli occhi e a metterci nei panni di quelle donne? A provare empatia verso chi ha subito una violenza? Avete pensato ad uno scenario possibile? Avete davvero preso in considerazione il fatto che esistano donne che non riescono a denunciare perché si vergognano? Perché hanno paura di essere esattamente giudicate come sta succedendo in questa baraonda americana? Non metto in discussione il fatto che possano esserci persone che acconsentano ad un rapporto sessuale con uomini di potere ai fini di una carriera brillante, ma non metto in discussione neanche il fatto che molte donne e molti uomini vengano stuprate e stuprati sperimentando un sentimento di impotenza, come se quella fosse l’unica realtà possibile, una realtà da cui non è possibile fuggire. Una realtà di cui si arrivano ad accettare situazioni impensabili. Com’è possibile? E invece lo è. Intrecci psicologici ed emotivi, temperamento e personalità, vissuti esperienziali costituiscono la base di un’individualità che non è sempre facile da comprendere. Meccanismi di difesa che si presentano con insistenza e che contribuiscono alla costruzione di un realtà a sé: è il caso della negazione ovvero quando la nostra mente, pur di sopravvivere, nega che stia succedendo qualcosa.

Perché allora continuiamo a chiedere come sia possibile che esistano molte donne che non denunciano i soprusi subiti? Ci si scaglia contro le vittime, perché? Perché le vittime diventano ancora una volta carnefici? Carnefici e colpevoli di non essersi comportati come chi o come cosa vorrebbe? Andiamo più a fondo. Andiamo più nel profondo. Impariamo a sperimentare sentimenti di sostegno verso chi subisce delle violenze che inevitabilmente si traducono in traumi che altrettanto inevitabilmente caratterizzeranno la vita di uomini e donne che dovranno trovare l’energia e la forza necessaria a superare e ad imparare a convivere con questo vissuto.

“Com’eri vestita?”

 “Non è importante”.

Domenica, 15 Ottobre 2017 15:31
Pubblicato in Voce Donna
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