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di Dino Sturiale

 

Erano gli anni ’70 e io facevo i conti con la mia adolescenza, le tempeste ormonali si scontravano con una coscienza sociale che andava prendendo prepotentemente forma, non fu un caso, quindi, che la mia prima infatuazione  aveva il volto di una ragazza particolare, mia compagna di scuola alle medie. Scuola G. Leopardi, a Messina. Rione Taormina, una zona fortemente degradata della città ma che covava in sé grandi fermenti

La chiamavo Sally, perché mi ricordava molto il personaggio omonimo di Linus, anche se aveva il carattere di Lucy. Ero affascinato tanto dal suo viso, che mostrava una donna più che un adolescente, quanto dal suo carattere forte e determinato.

Iniziai presto a frequentare casa sua, in realtà non si trattava di una “casa” così come potremmo immaginarla oggi. Sorgeva ai margini del torrente Gazzi, al di la del ponte insieme a un nutrito gruppo di altre baracche, affrontate alle “casette” popolari di mussoliniana memoria. Sullo sfondo, sul greto del torrente, baracche ancora più fatiscenti ospitavano le attività di donne di indefinita età che lì si prostituivano, ad ogni ora del giorno, diventando per questo meta di transito per gli adolescenti “curiosi” .

L’area abitativa delle baracche sorgeva sul terreno denominato “Giovanni XXIII”, ed era vissuto con grande dignità da famiglie meno abbienti della nostra città. Frequentando quell’ambiente potei  facilmente rendermi conto di quanto fossero tutt’altro che ignoranti e qualunquisti, così come erano identificati dall’esterno.

Quegli ambienti umidi e malsani erano ravvivati da riunioni sempre più frequentate, si discuteva delle esigenze del gruppo, dell’opportunità di permettere ai propri figli di continuare gli studi, di come poter trasformare quei luoghi precari in qualcosa di più ospitale; nasceva così una coscienza di classe , complice il grande fermento di quegli anni. Io non ero consapevole, ma stavo partecipando alla nascita del PDdI, una espressione politica che si radicava nel pensiero di Marx e Lenin.

Fu così che una sera mi venne chiesto di dormire a casa loro, “Sally” me lo chiese e nei suoi occhi c’era tanta rabbia e tristezza, che io ovviamente non percepii a pieno, ero troppo felice al pensiero di condividere la notte con lei.

La notte fu molto breve, alle 4 del mattino, di un autunno del 1972, un improvviso frastuono; le deboli porte delle baracche furono facilmente abbattute e gli abitanti costretti a abbandonare i loro tuguri a colpi di manganello, e appena fuori le persone entrarono in azione le ruspe, senza dare nemmeno il tempo di mettere in salvo i pochi averi. Io fui spettatore inerme, sulla spalletta del ponte, io ma non la mia coscienza che si andava formando.

Negli anni successivi non rividi più quella ragazza (spero possa leggermi), ma altre ragazze condizionarono la mia giovane vita, ma lontano dalla mia città.

Nel 1976 mi trasferii a Roma, dove frequentai lo studio fotografico di De Bernardis e con lui un ambiente sociale più “alto”. Ma il periodo spensierato durò poco, da lì a breve fui chiamato al servizio di leva e dopo i canonici 30 giorni di adattamento, fui mandato nella mia Roma, nel quartiere a me caro, Pietralata.

Viene da se che la mia vita fuori dalla caserma era tutt’altro che simile a quelle dei mie colleghi. Fuori dall’ambiente militare avevo intrapreso una fitta serie di frequentazioni, quanto mai promiscue, che mi vedevano bazzicare Porta Pia come il testaccio. Ma la stabilizzazione avvenne, ovviamente, dopo aver conosciuto una ragazza.

Mi trovavo a largo Preneste in attesa del mitico 101, un tram che attraversava i quartieri in fase di sviluppo, il tram tardava e noi iniziammo a scambiare le nostre testimonianze di vita a Roma, lei proveniva da Agropoli e frequentava l’ambiente delle radio libere.

In quegli anni nascevano tante emittenti, non ancora regolate, che avevano la forza di aggregare gente con pensieri simili, spesso non ancora ben formati e che avevano bisogno del confronto, più che della partecipazione, come me.

Qui incontrai tante persone, e il confronto si fece sempre più ampio, la mia coscienza sociale si formava lentamente ma in maniera inesorabile, e il rispetto per la dignità di tutti prendeva forma in me, e mi veniva offerte opportunità di confronto, di conoscenza di argomenti che sino ad allora per me erano lontani.

Fu così che, insieme alle ragazze della radio che frequentavo, Radio Onda Rossa, mi ritrovai a sfilare in un corteo a favore della Legge sull’aborto. Era Marzo del 1978, lì conobbi le Donne.

A maggio mi congedai dall’esercito ma continuai a vivere a Roma, ospite del “convento occupato”, un collettivo di donne, femministe, nato all’interno di un convento 500ntesco. Con loro e attraverso le loro lotte per la determinazione del riconoscimento di diritti sociali e umani, imparai a comprendere quel grande universo che, pur essendo in noi, pur essendo parte integrale del nostro essere, a noi uomini è fortemente sconosciuto

In quel convento vissi sei mesi, unico uomo. Fra i dibattiti e le liti, non era facile per me comprendere tutto: gli slogan, i gesti, e così stavo spesso in disparte, accusato di non voler condividere la lotta, in realtà ero solo incapace. Mi aiutarono molto quei sei mesi, non si discuteva solo di problematiche “femminili”, ma di scuola, delle esigenze deli operai, della fascia povera della città; sempre crescente e disadattata; qui si è formata buona parte della mia coscienza sociale, quella che oggi posso trasmettere a mia figlia e alla società, attraverso queste pagine o le mie foto.

Leggo però che una sindaca qualsiasi ha deciso di sfrattare la “Casa Internazionale delle Donne”, un nuovo nome per identificare un vecchio luogo a me caro: il convento occupato. Sfrattarlo, per una mera questione di affitto, significa porre un prezzo a decenni di lotta, a milioni di persone con una coscienza sociale formata, a mille lotte ancora da venire e, soprattutto a una cultura ancora da formare.

Può una donna distruggere quanto migliaia di altre donne hanno realizzato in decenni? Non so se ci riuscirà mai, ma il semplice  fatto che abbia pensato di sfrattare la casa delle donne, riporta lei e il suo gruppo politico a un meschino passato.

La sindaca di sicuro non rappresenta le donne che amo e che ho amato 

Sabato, 11 Novembre 2017 10:18
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I Carabinieri della Compagnia di Messina Centro hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal G.I.P. di Messina, su richiesta della locale Procura della Repubblica, nei confronti di un 26enne ritenuto responsabile del reato di violenza sessuale aggravata nei confronti di una bambina di 9 anni.

Il provvedimento restrittivo scaturisce da mirate indagini condotte dai Carabinieri della Stazione di Messina Giostra, sotto la direzione e il coordinamento della locale Procura della Repubblica, che hanno consentito di comprovare la condotta dell’uomo.

A lanciare l’allarme è stata, nei giorni scorsi, la madre della piccola, che, rilevati alcuni preoccupanti segnali, non ha esitato ad affidarsi ai Carabinieri raccontando la vicenda e la risposta a tale richiesta di aiuto è arrivata in tempi brevissimi.

La Procura della Repubblica di Messina, infatti, a seguito della segnalazione pervenuta dai militari dell’Arma, ha immediatamente disposto accertamenti che hanno consentito di comprovare il reato in questione tanto da consentire una immediata richiesta custodiale.

Alla luce di ciò, il G.i.p. presso il Tribunale di Messina ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti dell’uomo che, pertanto, è stato tratto in arresto dai Carabinieri e accompagnato presso la Casa Circondariale di Messina “Gazzi” a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

La prontezza della risposta della Polizia Giudiziaria nei casi di vittime di maltrattamenti in famiglia, atti persecutori e violenze di genere è conseguente alla specifica preparazione professionale e sensibilità degli operanti nell’affrontare tali reati, per i quali è altissima l’attenzione e la sensibilità della Procura della Repubblica di Messina che ha stabilito precise modalità operative per giungere, quanto più rapidamente possibile, come in questo caso, a tutelare le vittime vulnerabili.

In tale contesto è però fondamentale la denuncia da parte delle vittime di tali reati o delle persone che sono più vicine a queste ultime, così da consentire 

Mercoledì, 18 Ottobre 2017 12:09
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Nel Kansas da qualche giorno è presente una mostra dal titolo “What Were You Wearing?”  “Com’eri vestita?”. È un’esposizione di abiti accanto ai quali sono stati montati dei pannelli con una storia di abuso realmente accaduta. Quei vestiti sono simili a quelli indossati dalle donne al momento dello stupro; abbigliamento quotidiano, vestiti normalissimi come jeans, magliette, maglioni, tute. Una mostra che ha l’obiettivo di sradicare il pregiudizio comune “se l’è andata a cercare” dimostrando che spesso le donne non hanno dei vestiti succinti, come si è soliti pensare, quando vengono abusate. Ma una minigonna può diventare davvero un’autorizzazione alla violenza sessuale? Siete convinti davvero che esistano dei “lasciapassare”, dei “permessi” per stuprare un uomo, una donna o un bambino?

La cronaca quotidiana è continuamente dedita a scrivere di violenze sessuali e psicologiche; a volte, purtroppo, quasi non fa più notizia la storia di una donna abusata sul posto di lavoro, un uomo in discoteca, una donna sul taxi. A proposito di attualità, un caso invece che fa scalpore, probabilmente per i suoi protagonisti popolari, è il caso del conosciuto produttore americano. Infatti, se Harvey Weinstein era uno sconosciuto, adesso non lo è più di certo. Da circa una settimana i media italiani e internazionali parlano a proposito degli abusi sessuali che il suddetto produttore avrebbe esercitato su decine e decine di donne. Alcune di queste hanno avuto il coraggio di denunciarlo, altre no. Alcune sono state elogiate per averlo fatto, altre rese colpevoli di non aver denunciato, giudicate colpevoli di “esserci state” e di aver sfruttato il rapporto sessuale ai fini dell’avanzamento di carriera. Tanti nomi noti, tra cui anche l’italiana Asia Argento contro la quale la maggior parte della popolazione ha puntato il dito, non riservando all’attrice la possibilità di alcun sentimento di solidarietà e sostegno se non da parte di pochi. Mi chiedo perché. Rifletto sul motivo per il quale la nostra società sembra fare fatica a mostrare sostegno ad una donna o ad un uomo che subisce violenza. Sembra quasi che esista un rifiuto nel concepire che un essere umano, di sua spontanea iniziativa, possa costringere un altro essere umano a rapporti sessuali. E così devono essere trovate delle spiegazioni plausibili e purtroppo, spesso, le cause dell’abuso vengono “eticamente” affibbiate alle vittime. È il caso del “se l’è andata a cercare”, “l’ha istigato”, “è colpa sua perché avrebbe dovuto usare degli abiti più consoni”, “mi dispiace però avrebbe dovuto prestare più attenzione”. Diventa quindi molto più semplice, molto più economico cognitivamente semplificare il tutto con delle categorizzazioni, con dei pregiudizi che alla base hanno degli stereotipi di genere che si insinuano nella coscienza collettiva e che fanno davvero fatica ad essere superati.

Lungi dal fare di tutta l’erba un fascio, l’arte della comprensione sembra un po’ sconosciuta al genere umano.  A differenza dell’arte del processare. Mettere su dei processi senza delle basi, delle prove conclamate, diventa l’hobby di chi si prende la briga di mettere bocca su fatti appresi un po’ qua e un po’ la. I social network poi diventano luoghi di fervide arringhe.  Quanti però conoscono davvero il vasto e complicato ambito della violenza sessuale?

In quanti sanno che alla violenza sessuale ci sono molti modi di rispondere? Reazioni che sono prettamente individuali e soprattutto IMPREVEDIBILI.

Per citare brevemente un esempio, conoscete il frozen fright? La mente sperimenta uno stato di paralisi: in pratica la vittima giace senza riuscire a difendersi, senza riuscire a fuggire. Il violentatore continua fino a quando decide di smettere. È ovvio che questo stato potrebbe essere facilmente scambiato come un consenso da parte della vittima allo stupro ma ricordiamo che ogni caso è soggettivo, ogni caso di violenza deve essere approfondito per capire le reali dinamiche. Il frozen fright è solo una delle possibili reazioni sperimentate allo stupro; e il dopo? Flashback, il rivivere l’esperienza dello stupro, le emozioni provate, disturbi del sonno, sensi di colpa, sensi di vergogna, disturbi nella sfera alimentare, compromissione della vita privata e tanti tanti tanti altri vissuti che caratterizzano la vita di donne e uomini dopo un abuso.

Si è mai davvero riflettuto sull’individualità delle donne che sono state giudicate colpevoli? Si è mai davvero provato a chiudere gli occhi e a metterci nei panni di quelle donne? A provare empatia verso chi ha subito una violenza? Avete pensato ad uno scenario possibile? Avete davvero preso in considerazione il fatto che esistano donne che non riescono a denunciare perché si vergognano? Perché hanno paura di essere esattamente giudicate come sta succedendo in questa baraonda americana? Non metto in discussione il fatto che possano esserci persone che acconsentano ad un rapporto sessuale con uomini di potere ai fini di una carriera brillante, ma non metto in discussione neanche il fatto che molte donne e molti uomini vengano stuprate e stuprati sperimentando un sentimento di impotenza, come se quella fosse l’unica realtà possibile, una realtà da cui non è possibile fuggire. Una realtà di cui si arrivano ad accettare situazioni impensabili. Com’è possibile? E invece lo è. Intrecci psicologici ed emotivi, temperamento e personalità, vissuti esperienziali costituiscono la base di un’individualità che non è sempre facile da comprendere. Meccanismi di difesa che si presentano con insistenza e che contribuiscono alla costruzione di un realtà a sé: è il caso della negazione ovvero quando la nostra mente, pur di sopravvivere, nega che stia succedendo qualcosa.

Perché allora continuiamo a chiedere come sia possibile che esistano molte donne che non denunciano i soprusi subiti? Ci si scaglia contro le vittime, perché? Perché le vittime diventano ancora una volta carnefici? Carnefici e colpevoli di non essersi comportati come chi o come cosa vorrebbe? Andiamo più a fondo. Andiamo più nel profondo. Impariamo a sperimentare sentimenti di sostegno verso chi subisce delle violenze che inevitabilmente si traducono in traumi che altrettanto inevitabilmente caratterizzeranno la vita di uomini e donne che dovranno trovare l’energia e la forza necessaria a superare e ad imparare a convivere con questo vissuto.

“Com’eri vestita?”

 “Non è importante”.

Domenica, 15 Ottobre 2017 15:31
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L’avevamo lasciata in tenuta sportiva, le belle gambe da ciclista abbronzate e un sorriso rilassato e divertito che ha portato in giro per tutta la Sicilia. Un viaggio in bicicletta che l’ha vista percorre tutte le strade costiere dell’isola. Ha conosciuto tante persone e molti, pur non conoscendola, l’hanno ospitata e accolta con gioia. Affascinati da questa donna, non più nel fiore degli anni, che senza timore o paura si è messa in gioco e abbracciando il suo sport preferito, il pedalare in bici, ha percorso le strade infuocate di Messina, Agrigento, Catania, Palermo, Ragusa e tutte le altre bellissime città della Sicilia che si affacciano sul mare.

L’abbaiamo ritrovata dietro ad un piccolo Bar di Cabiate, Bar Via Veneto, nella provincia Lombarda, con un grembiulino fucsia e dietro un bancone acqua di mare.

Padrona di un mondo fatto di caffè, piadine, colazioni e tè invernali da prendere con le amiche di sempre. Non abbiamo resistito e abbiamo voluto risentirla per vedere se la gioia e la freschezza che avevamo riscontrato durante la sua vacanza si sarebbero rispecchiate anche nella sua routine quotidiana.  

 Un unico filo conduttore che riparte dall’arrivo della nave a Genova e il ritorno a casa.

“Un viaggio allucinante, la nave è arrivata tardi e invece di partire alle 21 siamo partiti alle 3 di notte. Siamo arrivati a Genova alle 23 del giorno dopo e per fortuna degli amici sono venuti a prendermi. Ovviamente sono venuti con una macchina dove ho potuto mettere la mia ormai famosa bici. A quell’ora non c’erano più treni e io all’indomani avrei dovuto, come ho fatto, riaprire il mio Bar alle 6:30.

Cosa fa nella vita quando non è in bici?

“La mia è una piccola realtà commerciale dove si preparano colazioni, aperitivi, qualche primo piatto, qualche piadina. Lavoro e vivo da sola, ma la solitudine non mi pesa perché per me “lei” è la ricerca per conoscermi meglio. Se si arriva a stare bene con se stessi si ha proprio bisogno della solitudine. E’ una scelta di vita, allo stesso modo come quando pedalo da sola. Esce fuori, in bici come nella vita quotidiana, un’energia particolare perché si fa tutto con il sentimento”

La sua routine giornaliera?

I miei orari prevedono l’apertura del Bar alle 6:30, pausa dalle 15:OO alle 17:00 e chiusura alle 20:00. Sono da sola e non ho bisogno di cucinare perché mangio al Bar e mio padre e mia madre sono vicini di casa, sono sempre presenti. La mia è una solitudine cosciente non un abbandono. I prezzi sono nella normalità, un caffè costa 1 €, l’aperitivo, che può essere anche con pane e salame, piuttosto che con le olive o le patatine, non costa più di 3 o 4 €.

Per il futuro, oltre la bici e la danza, cosa ha deciso di fare?

“Dopo il corso di danza, ho in mente un corso di recitazione che non ho potuto fare l’hanno scorso perché sono stata impegnata ad ampliare il Bar. Ho preso una bottega accanto con un mutuo, ho realizzato una saletta con più tavoli in modo che in inverno posso lavorare di più con il mangiare, con le colazioni ed quello il periodo in cui lavoro anche la Domenica mattina, che di solito dovrebbe essere il mio giorno di chiusura settimanale. E’ vero, lavoro tante ore ma non sento la fatica o lo stress, perché anche in questo caso ne ho fatto una cosa mia, sono riuscita a interiorizzare anche il lavoro. Del resto, tutto il giorno più che clienti passano amici e amiche. Figurati che stamane, quando sono rientrata, è passato mezzo paese a salutarmi, tutta gente che mi ha seguito nel mio viaggio in Sicilia attraverso FB.”

Vi è concorrenza con gli altri Bar del paese ?

Nel paese ci sono almeno altri 25 Bar ma i rapporti sono ottimi e non conflittuali. Ognuno fornisce quello che vuole e ottiene quello che può. Del resto come qualsiasi buon commerciante anch’io qualche volta dietro il banco mi trovo a litigare con chi mi manca di rispetto. E preciso che non ho bisogno di essere dietro il banco per litigare, come è accaduto l’ultima volta proprio a Messina (in provincia).

Racconti

“Vi era un Bar sulla nazionale che aveva due vetrine sulla strada e un muro nel mezzo, davanti c’era tutto lo spiazzo con i tavolini fuori. Io sono entrata in questo spiazzo con la bici e l’ho appoggiata sul muro tra una vetrina e l’altra, cosi la potevo tenere d’occhio. Quando stavo andando via, mi sono trovata davanti un signore, con l’aria di sentirsi il padrone del mondo, che aveva spostato la sedia in modo tale da impedirmi il passaggio. E allora gli ho chiesto se mi faceva passare e davanti al suo netto rifiuto ho chiesto il perché. “La bicicletta qua non ci può stare…non ci deve stare”, mi ha risposto. E davanti alle mie giustificazioni ha concluso: “e a me che importa se te la rubano”. Non ci ho visto più e dopo essermi beccata un “fai schifo” ho risposto per le rime con un…sei un pezzo di m. Un cafone, arrogante che mi ha fatto veramente arrabbiare.

“Ma non pensiamo a questa brutta storia, preferisco parlare della conclusione del mio viaggio in Sicilia e della mia visita a Marsala dove mi aspettava il comandante dei vigili urbani di Cambiate, del mio paese. Con la moglie e i parenti mi hanno trattata come una sorella. La verità è che io gli avevo chiesto solo se conosceva qualche B&B e se poteva prenotarmi e invece ma ha aspettato con la sua barca e mi ha portato sino a quasi a Favignana per vedere il tramonto, mi ha ospitato a casa sua e poi mi ha portato a cena con la moglie, la sorella e tutti gli amici. Antonella, la moglie, mia ha fatto visitare tutta la città. Bello, veramente molto bello. Un gesto cortese e gentile che non dimenticherò.”

@PG

Lunedì, 11 Settembre 2017 08:48
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L’entusiasmo di Rosalia Ciancio è contagiante, intrigante e affascinante allo stesso tempo. Nata a Desio, Rosalia attualmente si trova a percorrere le strade della Sicilia con la sua bicicletta. Ha diviso l’isola in tredici tappe che da Palermo, dove è sbarcata dalla Nave che ha preso a Genova, la stanno portando in giro per tutta l’isola. Il suo, ci dice, è un viaggio in bicicletta spirituale, per rigenerare l’anima. Niente di cattolico, mistico o orientale, la spiritualità di Rosalia e della sua anima è quella della massima libertà, un modo di viaggiare e un’esperienza che ha appreso durante il suo viaggio verso Santiago di Compostela.  

Ci ha colpito questa donna degli anni 60 che ha avuto la forza e il coraggio di mettersi in gioco e che con la sua bicicletta gira il mondo. Anche se il viaggio in Sicilia per Rosalia ha un significato speciale e specifico, come ci ha detto lei stessa ed è più vicino alla ricerca delle proprie radici essendo i suoi nonni e genitori tutti Siciliani. “In certo qual modo, questo viaggio in Sicilia è un riappropriarmi di un mio diritto.”

Il primo contatto con Rosalia è avvenuto quando lei si trovava a Catania. “Catania è bellissima”, ci ha detto. “Con la bicicletta la città la vedi in un altro modo, se vai a piedi è tutto limitato ed è molto più stressante. Invece con la bici sembri proprio una del posto, entri, esci, vai al mercato a prendere la frutta oppure vai al mare sulle belle spiagge nere e finissime di Catania.

  Ma la vera intervista Rosalia ce l’ha concessa quando si è trovata a Noto.

Ad ogni tappa mi fermo per la nottata. Sono nata a Desio, ci confessa, mio padre era di Messina, sua madre era della Provincia di Agrigento, Campo bello di Licata. Mio nonno era Calabrese. Mia madre, invece, era di Sant’Agata Militello. Pertanto io sono Siciliana. Sono venuta in Sicilia per prendermi qualcosa che mi spetta di diritto, la mia sicilitudine e lo faccio con tutta la mia forza e la mia energia. Io, in realtà, avrei voluto vivere in Sicilia, solo che mio padre era riuscito a farsi una posizione al Nord che difficilmente avrebbe potuto fare al Sud. Mia nonna aveva la casa a Villa Lina, rione Giostra e io venivo nei tre mesi estivi in vacanza.

La sua passione per la bicicletta quando è nata?

La mia passione è nata con il cammino di Santiago di Compostela. Tanto è vero che sempre in biciletta ho fatto ben tre cammini di Santiago. Il cammino del nord, da Desio, quello che parte dalla Francia e quello che parte dal Portogallo partendo da Lisbona. In seguito, ho fatto due volte la via Francigena fino a Roma.

I chilometri che riesce a fare al giorno?

Nelle prima parte di questo giro della Sicilia ho fatto 110/130 KM al giorno. Era la parte che conoscevo, quella settentrionale dell’Isola. Nella parte Orientale ho fatto una media di 80 KM e oggi ne ho fatti pochissimi. Però non guardo ai Km, ad esempio questa zona di Noto/Pozzallo non la conosco e me la faccio con calma. Domani che devo arrivare a Pozzallo non passerò dalla Nazionale, che sono solo 30 Km , ma preferisco passare dalla costa attraverso Pachino, Marzamemi ecc.

Le tappe del giro in Sicilia quali sono?

Le tappe sono Palermo, Santo Stefano di Camastra, Milazzo, Messina, Catania, Siracusa, Noto e poi devo fare ancora Pozzallo, Ragusa, Agrigento, Sciacca, Marsala, San Vito lo Capo e Palermo. Il viaggio è stato organizzato prevedendo ad ogni tappa l’uso notturno di Ostelli e B&B per un costo di 20/30 euro a notte. Mangio solo quando ho fame, a Noto ad esempio ho mangiato un cannolo siciliano, una granita, un gelato e una bottiglia d’acqua.

Andare in bicicletta, in movimento, è lo specchio di quello che è il mio carattere. Io sono una persona dinamica, attiva, curiosa e sempre in movimento. Per me questi sono viaggi spirituali.

Perché spirituali?

Perché li faccio da sola, quando viaggi da sola hai modo d’approfondire. Non è una spiritualità cattolica, niente a che vedere con il cattolicesimo. La spiritualità è una cosa che riguarda te e la tua anima. Io la mia anima ce l’ho e gli devo far fare le vacanze. Di far fare le vacanze al mio corpo non è che mi interessa molto, però la mia anima deve andare in vacanza, deve purificarsi, rigenerarsi. Pedalare è un mezzo meditativo.

La chiesa si occupa delle anime perché le persone non si sanno occupare da solo delle proprie anime. Se mi è consentito, io ci riesco ad occuparmi della mia anima perché è mia, la sento, ci lavoro e non la metto di sicuro in mano ad un prete. Il questo senso il Cammino di Santiago mi ha cambiato la vita e mi ha fatto scoprire che la mia anima è forte. Il Cammino è un percorso molto spirituale, è una metafora della vita e quindi da molto, ti fa stare bene, fa capire che c’è altro e tutto non è perduto.

Non si spaventa a girare per le strade della Sicilia con la bicicletta e da sola?

In Sicilia? Proprio per niente. Figuratevi che non metto neanche il navigatore quando viaggio, se mi perdo chiedo e in questo modo ho conosciuto moltissima gente, tutti gentilissimi e che mi hanno fatto un sacco di complimenti. La Sicilia e i siciliani sono aperti, comunicativi, caldi e non ho nessuna paura. Certo, non è che vado a pedalare e mezzanotte, però anche nelle case dove sono stata accolta…

Cosa ci dice della sua esperienza della Sicilia sino ad ora?

E’ tutto un susseguirsi di emozioni che ti arrivano addosso inaspettatamente. Ad esempio ieri stavo fotografando un panorama bellissimo, quando mi arrivano davanti due sposini bellissimi. Non ho potuto fare a meno di fotografarli e metterli nella mia pagina FB dedicata al mio cammino in bicicletta (Biciclina Rosi in giro per ) oppure quando camminando con la bici ho sentito una musica. Era una salsa e se si considera che io sono anche una ballerina di salsa, sia pure amatoriale, mi sono trovata all’improvviso a dover ballare. E’ stato bellissimo.

La sua vita al rientro dal giro della Sicilia ?

Ho un bar di cui sono proprietaria, frequentato da molte donne e di cui vado molto fiera, a Cabiate (CO). Un paese di 7 mila anime dove mi conoscono tutti e tantissimi mi stanno seguendo in questo mio viaggio in Sicilia.

Sabato, 26 Agosto 2017 15:13
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L’inasprimento delle pene non è mai stato un orizzonte di lotta per Non Una Di Meno, né tantomeno la strategia punitiva può ritenersi la strada nel contrasto alla violenza sulle donne.

Ma introdurre norme che depotenziano il ruolo delle persone offese (soprattutto donne) nei processi penali si traduce nuovamente in una limitazione dei loro diritti.

Sappiamo quanto sia difficile e importante per una donna che subisce violenza o minacce giungere alla decisione di querelare lo stalker o il compagno violento;  sappiamo anche quanto denunciare sia, o dovrebbe essere, uno strumento di tutela e garanzia per chi subisce comportamenti persecutori e/o violenti e quanto sia difficile per una donna sostenere il processo.

A pochi giorni dal femminicidio di Ester Pasqualoni, siamo costrette a registrare, con indignazione e sconcerto, quanto si è prodotto in Parlamento lo scorso 14 giugno. Durante il dibattito sulla riforma del Codice Penale, è stato votato a maggioranza un emendamento che inserisce un nuovo articolo il quale dà la  possibilità di estinguere reati procedibili  a querela – quei reati, cioè, in cui è necessaria la querela della persona offesa – offrendo a quest’ultima una somma non meglio quantificata,  senza considerare la sua volontà. Sarà dunque possibile su decisione del giudice e senza necessario consenso delle parti procedere a compensazione economica determinando l’estinzione del reato e l’esclusione della parte lesa dal processo penale. Tra queste fattispecie rientrano anche le ipotesi di stalking non aggravato – che prevede una remissione della querela  all’interno del processo –  affidando nuovamente alla discrezionalità del giudice una decisione che deve spettare unicamente alla donna, privandola in questo modo della facoltà di rifiutare un risarcimento, che può ritenere offensivo o può semplicemente non volere,  subendo l’esito di un processo che le nega ancora centralità.

Spesso i reati rimettibili legati a stalking e violenza – proprio tra quelli oggi soggetti a condotte riparatorie – possono essere spia di una situazione di violenza di genere in atto e introdurre questo tipo di  norme  si traduce nel negare la gravità del fenomeno.

Misure del genere vanno  a depotenziare il ruolo delle persone offese nell’azione processuale e, in particolare, l’irrilevanza del consenso delle parti limita fortemente l’autodifesa e l’autodeterminazione delle donne, il cui segnale di allarme e di accusa viene in questo modo negato e silenziato.

Esprimiamo profonda indignazione verso un Parlamento che dimostra di essere rimasto indifferente alle rivendicazioni che le donne continuano a portare in piazza. Ci chiediamo, infatti, con tali premesse, quale Piano Antiviolenza approderà in Parlamento:  di certo non metterà al centro l’autonomia delle donne.

Torneremo nelle piazze già dal prossimo 28 settembre per rivendicare autodeterminazione contro la violenza, negli ospedali, nei tribunali, a casa, al lavoro, a scuola, ovunque!

Non Una Di Meno – Roma

Sabato, 01 Luglio 2017 10:47
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Le bancarelle numerate sono affiancate lungo le stradine in terra battuta dell’Orto Botanico.

La cornice di “Una marina di libri” è una delle meraviglie della nostra città, Palermo.

La sua antica storia, la sua importanza, i suoi primati, l’Orto Botanico avvolge un mondo che già di suo è rilassante.

Si anima, comunque, si trasforma in luogo predisposto ad accogliere una delle più virtuose capacità umane.

All’ombra del ficus magnolioide, uno dei gioielli del giardino, si sono proposti momenti e storie, tratti da libri,  raccontati da giornalisti, studiosi, autori, per rappresentare al meglio il momento dell’editoria indipendente, nei tre giorni a lei dedicati dal 9 al 12 giugno.

Navarra Editore ha pubblicato da qualche mese un libro,” Le Mille”, della Toponomastica Femminile e curato da Ester Rizzo, autrice dell’ormai famoso “Camicette Bianche”.

Le Mille è una raccolta di biografie, di donne da primato. Alcune sono famose e riconosciute, molte di queste anime sono state oscurate dalla storia e dimenticate.

Magari esistono, nella memoria di chi ne coltiva le passioni,  inesistenti per quasi il resto del mondo.

Primati famosi, degni di riconoscimento, importanti, se attribuiti agli uomini.

Le mille è ricerca, è fatica, l’orgoglio di essere donna non ha limitazioni geografiche. Ester Rizzo ha compiuto un’opera che non vale mille nomi, vale mille volte mille,  perché mette davanti a un dato oggettivo: la storia è stata storpiata, deviata, influenzata da chi l’ha tramandata. Sono così tante a essere state dimenticate, ignorate e sottovalutate, non è una svista, c’è un forte sapore di cultura maschilista. Con il loro esempio, visibile e riconosciuto, avremmo anticipato i tempi per tutte coloro che avrebbero voluto e non hanno potuto intraprendere il loro cammino.

 Abbiamo allestito un palcoscenico, sotto l’incredibile ficus, sabato sera, per Una Marina di Libri.

Donne lavoratrici e per un attimo sono diventate attrici, hanno indossato i vestiti di un primato, lamentata una mancata  fama, trasmesso una tristezza, consapevoli e commosse.

Dalla prima esploratrice Gertrude Bell, a Lia Pasqualino Noto, pittrice riconosciuta nella sua arte perché identificata come uomo. Da Rosalind Franklin, la vera scopritrice del DNA , rubato dai colleghi,  a Giovanna Cirillo Rampolla, oggi riconosciuta come prima vedova di mafia, ieri fortemente condannata dalla politica e dal momento sociale e storico. Shirin Ebadi, ha avuto il Nobel per la pace, le è costato una vita spesa a difendere i diritti umani, torture alla famiglia e difendersi da un sistema in cui le voci libere devono essere represse.

Il più triste primato ricordato  è stato per Emanuela Loi, prima donna in una scorta, uccisa in un attentato di mafia. Emanuela aveva 25 anni e aveva scelto di scortare il Giudice Paolo Borsellino. Un ricordo tenero di chi ha conquistato un ruolo destinato quasi sempre agli uomini, un ricordo di due isole che le sono appartenute, la Sardegna che le ha dato la luce, la Sicilia che l’ha spenta per sempre.

Avremmo continuato con tante altre, c’è dell’incredibile nel leggere le storie di donne a cui dobbiamo certamente qualcosa. Donne che hanno fatto la loro parte. Donne che hanno segnato la storia, anche se non ce ne siamo accorte.

Abbiamo cominciato a tirarle fuori, lo faremo senza più fermarci, la storia ha bisogno di riequilibrarsi, Le Mille ci darà la possibilità di farlo con altre mille. Questa sarà la nostra parte. 

Martedì, 13 Giugno 2017 17:46
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A parte i capelli, il vestito,

la pelliccia e lo stivale

aveva dei problemi anche seri

e non ragionava male.

Non so se hai presente una puttana

ottimista e di sinistra…

                                                                             

10 Accietto Francesca

Ventisette donne, ventisette prostitute schedate dal regime nel Casellario Politico Centrale tra il 1927 e il 1942 per aver sfidato il fascismo. Si chiamano Francesca, Agnese, Emilia, Palmira, Filomena, Maria, Celestina, Giuseppa, Emilia, Francesca, Romana, Michelina, Giovannina, Francesca, Paolina, Grazia, Anunziata, Irma, Vittoria, Adele, Maria, Cecilia, Candida, Cunegonda, Teresa, Italia, Libera. I loro nomi non si trovano sui libri di storia, non sono eroine né coraggiose partigiane. Esprimono i loro sentimenti antifascisti con il loro corpo, a suon di pernacchie e scorregge o di sfottò irriverenti rivolti a Mussolini o al re. Le protagoniste del libro "Puttane antifasciste nelle carte di polizia" dello storico Matteo Dalena sono «donne eccentriche e scomode, astute e scandalose, mettono in discussione la nostra stessa definizione di oltraggio: vanno ‘oltre’ i limiti consentiti dalla morale comune, dal comportamento accettabile, degli spazi concessi e vietati. I confini ‘privati’ del bordello non le contengono: percorrono gli spazi pubblici, prendono parola e stravolgono i ruoli imposti», scrive Giovanna Vingelli nella prefazione al volume edito da Il Filorosso e in libreria dal 24 giugno.

Ne abbiamo parlato con l'autore, il giornalista e storico Matteo Dalena.

 

Come nasce l'idea di questa ricerca e di questo libro?

C'è sempre bisogno di «puttane» e, assieme a esse, di individui che con il loro stesso essere rappresentano una sfida o, se non altro, una messa in discussione del perbenismo imperante e del concetto di pubblica moralità. C'è bisogno, ad esempio nella mia città, Cosenza, oggi amministrata da una destra retriva che recentemente ha deciso di negare il patrocinio gratuito al Calabria Pride del prossimo 1 luglio sulla base di un concetto  di "tolleranza" vecchio come il cucco, che afferma pubblicamente di non condividere simili manifestazioni di «ostentazione della preferenza sessuale».

 In Puttane antifasciste parlo di meretrici e, insieme a loro, di omosessuali: individui che il regime fascista chiudeva nelle alcove del sesso tollerato, nelle carceri o nelle prigioni della mente, oppure mandava al confino - come scrive Alessandra Carelli nel breve saggio in chiusura del libro - in lande desolate, separandoli dalla società dei perfetti. Virilismo ossessivo, ripulsa nei confronti dell'esibizione della differenza, tendenza a tabuizzare argomenti ritenuti scomodi o impopolari, sono elementi che accomunando tempi passati e quotidiano, hanno fornito a questo libro l'innesco ideologico. Ho deciso, infatti, di partire da Santa Lucia, rione della parte bassa del centro storico di Cosenza che, sotto il giogo della «mala vita», per oltre un secolo ha soddisfatto i desideri carnali di autoctoni e forestieri. Proprio i ruderi di Santa Lucia, oggi ridotti a cumulo di marginalità, esclusione, degrado, totalmente dimenticati dalle ultime amministrazioni comunali, ho deciso di elevare a emblema di questo studio più ampio e articolato su genere, crimine e potere. 

Le protagoniste del tuo libro sono donne. Le grandi assenti nella narrazione storica o relegate, al massimo, ad un ruolo marginale e di contorno. C'è posto anche per le donne nella storia e nel racconto storiografico?

Poche le donne ai "piani alti". Non mi affascinano dame, principesse, il loro essere "prime donne", mogli, compagne, concubine di … uomini. Mi piace spingermi negli scantinati della storia, dentro a schifose bettole, nei sifilicomi, nelle camere di sicurezza delle questure di mezza Italia per assaporare la linfa della storia che scorre ai "piani bassi" o, seguendo Michel De Certeau, ai «margini delle grandi regioni sfruttate» come la stregoneria o la follia. Se si ha la pazienza di cercarle ma soprattutto raccontarle, eccole emergere a decine, centinaia, comunicare spontaneamente o sotto interrogatorio (come imputate o anche semplici testimoni) le proprie preferenze, simpatie, i palpiti del loro cuore. Le donne abitano quartieri malagevoli dominati dal vizio, 

11 Hriaz Libera

dalla malattia, eccole ancora praticare l'infanticidio a tutela e conservazione della propria onorabilità, bene supremo. In Puttane antifasciste praticano poi resistenze verbali e corporali  cimentandosi - come scrive nella prefazione la sociologa Giovanna Vingelli - in «linguaggi che non si affidano solo alle parole, ma ad altri sistemi di comunicazione: il corpo, il movimento, il gesto, il canto».

In questo caso poi, doppiamente marginali in quanto «Prima donne poi 'puttane' e, insieme o sovversive, al tempo periferia della periferia del genere umano», come spieghi tu stesso.

Si tratta innanzitutto di 27 donne (24 prostitute, 1 meretrice e 2 tenutarie di locali di meretricio) incappate negli articoli del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1926 poi modificato nel 1931 e in particolare del Titolo VII regolante il meretricio. Molte di esse, fermate per «misure di moralità», «adescamento al libertinaggio» e in più in generale prostituzione clandestina (esercitata cioè all'infuori dei regolati «locali di meretricio»), finiscono per aggravare la propria posizione. Al momento dell'arresto, infatti, scaricano addosso a militi e agenti di pubblica sicurezza tutto il loro dissenso per il provvedimento, pronunciando frasi oltraggiose nei confronti della massima autorità del fascismo, dei suoi militi o, in casi più rari, nei confronti di membri della famiglia reale. Già condannate in via amministrativa fino a 6 mesi di carcere, molte di esse a causa di una semplice frase vengono perseguite anche «in linea politica». Ammonizione e confino sono una costante nelle carte del Casellario Politico Centrale, dal 1894 schedario dei sovversivi e delle sovversive, particolarmente zelante in epoca fascista. Proprio dal "grande occhio" del CPC provengono le storie raccontate in Puttane antifasciste.

Donne che esprimono idee antifasciste e si fanno beffa del fascismo e dei suoi simboli. Sono spinte da una consapevolezza politica o da un senso di rivalsa per il ruolo di subalternità e inferiorità fortemente connotata di disprezzo misogino del fascismo?

C'è un po' di tutto questo. Il fermo di polizia e il trasporto in questura vengono avvertiti da queste donne come ingiuste limitazioni della propria libertà di "esercizio" fuori dai bordelli e nelle modalità loro gradite. Lavoro col corpo che significa pane, minestra o la possibilità di accaparrarsi generi voluttuari di consumo. Sono il fermo e l'arresto a generare l'oltraggio: le prostitute sanno come e cosa colpire e, una volta deciso, colpiscono forte e senza paura i simboli del fascismo. Ma non solo: le prostitute discutono a voce alta oppure bisbigliano la propria avversione nei confronti delle misure autarchiche o, ad esempio, della Guerra di Spagna; al pari delle tenutarie che criticano Mussolini per l'eccessiva tassazione sui bordelli.  C'è un passo della storica Katia Massara che più di tutti si presta a descrivere il loro essere antifasciste: «Un antifascismo piuttosto silenzioso e strisciante, raramente organizzato, più legato allo spontaneismo, spesso interiorizzato più che espresso».

Quello che connota le protagoniste è senza dubbio una forte fisicità. Queste donne fanno uso del loro corpo, lo vendono e sono in un certo senso il loro corpo. Un corpo che spesso, visto anche il divieto e la rarità dell'uso di profilassi e preservativi, è anche malato e veicolo morbi oltre che di immoralità.

Il corpo malato delle prostitute contro quello splendente dello Stato. È questo il senso della parte centrale di Puttane antifasciste. Un corpo agito e parlato da clienti, collocatori, tenutari, giornalisti, militi, funzionari di polizia, un corpo medicalizzato in sifilicomi, manicomi e frenocomi, istituzioni atte cioè a contenerne le mostruosità. La sifilide è malattia sociale che, come scrive Patrizia Dogliani, ha riguardato il corpo degli italiani. Un corpo che avrebbe dovuto essere vigoroso e forte, quello femminile in particolare dedicato alla funzione riproduttiva e non dunque teatro del vizio e dell'eccesso.

Puttane antifasciste è infine il corpo sifilitico di Libera Hriaz, prostituta antifascista  mandata al confino per aver dedicato rutti, pernacchie e scorregge a Benito Mussolini. 

 

 

Scheda libro. 

https://www.ibs.it/puttane-antifasciste-nelle-carte-di-libro-matteo-dalena/e/9788899416270?inventoryId=76597073

 

 giornalista pubblicista e storico. Collabora con la Rutgers University (Università del New Jersey) in ricerche di storia sociale e familiare. Membro della "Commissione di studi storici e Vice Presidente ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) per la Provincia di Cosenza sezione "Paolo Cappello", collabora con l'Archivio delle memorie migranti di Roma. Nel 2015 ha pubblicato "Ricovero Umberto I. La prigione degli inutili" insieme ad Alessandra Carelli.

Mercoledì, 07 Giugno 2017 08:31
Pubblicato in Voce Donna
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Siamo famiglie e ci mettiamo la faccia. Una rivendicazione, un 'urlo' in immagini quello che passa attraverso il progetto artistico di Rosalba Castelli. Dopo il successo delle esposizioni torinesi, l'artista piemontese sbarca nella capitale per una due-giorni (30 maggio a Palazzo Ferrajoli in occasione del convegno “Verso il matrimonio equalitario” organizzato da Gaynews e 31 maggio alla Casa Internazionale delle Donne) con il suo progetto “Famiglie: mettiamoci la faccia”. 

Una raccolta di 20 ritratti a gessetto pastello di persone a volto scoperto all’interno della cornice “Noi siamo famiglia” e altrettante fotografie in bianco e nero, realizzate da Letizia Ponzio, degli stessi soggetti con una maschera bianca, anonima e spersonalizzante sul volto all’interno di una cornice con la scritta “Noi siamo formazione sociale specifica”, raccontano attraverso gli occhi dell'artista unioni che affermano il loro sentirsi “famiglia”, a dispetto dei termini neo-codificati a livello giuridico e sociale per meglio distinguerli dalle famiglie considerate tradizionali. Coppie di fatto e di conviventi, unioni omosessuali con o senza figli, coppie eterosessuali, famiglie allargate e mono-genitoriali che si raccontano e si espongono in prima persona scegliendo di non nascondersi e di metterci, appunto, la faccia.

Famiglie, nella loro diversità e nelle loro mille contraddizioni, accomunate da un unico fondamentale aspetto: essere «unioni basate sull’amore, sull’impegno e sul consenso reciproco di scegliersi ogni giorno», spiega l'artista. Nato sulla spinta delle polemiche suscitate dalla discussione del decreto legge Cirinnà e dalla creazione nel comune di Torino di un assessorato alle 'famiglie' – un plurale scomodo e fastidioso per molti – il progetto vuole trasformare in arte la frustrazione e il dolore di chi vede offeso e calpestato il proprio legame e il proprio diritto.

Una pluralità di famiglie e di realtà tali, quelle rappresentate e proposte dall'artista da rendere complicato se non impossibile dire “questa è più famiglia di questa”. Le ultime esposizioni sono state occasione di un esperimento sociale che, in modo spontaneo, ha voluto stimolare nel pubblico una riflessione attraverso una serie di brevi interviste casuali. Guardando le opere gli spettatori di fronte alla domanda “quale di queste è famiglia?” si ritrovavano a rispondere in modo univoco e spontaneo che tutte erano famiglie. Indifferentemente dalla loro composizione o dal sesso dei loro componenti, anche le cosiddette “formazione sociale specifica”, come la politica ha voluto definire le coppie unite da unione civile. «Non chiederò alla mia compagna di essere la mia formazione sociale specifica», dichiara Rosalba Castelli. «Le chiedo – continua - di essere la mia famiglia nel tempo, nello scegliersi ogni giorno, nella vicinanza, nell'attenzione e nell'amore».

Ad accompagnare la mostra una performance artistica intitolata “Tavolozze Armoniche” di Henni Rissone e Jordan D’Uggento. Musica e danza, insieme al disegno e alla pittura per raccontare, con diverse forme d’arte, il tema dalla mostra. Un corpo meccanico e robotico il cui volto è imprigionato dietro una maschera bianca si libera attraverso il colore da quell’identità imposta dal sociale rappresentata proprio dalla maschera recuperando il proprio sé nella fluidità del movimento ormai spogliato dalle definizioni che lo costringono. «L'arte - conclude Castelli - è un mezzo meraviglioso: permette di dire e di denunciare in modo elegante e toccando nel profondo le persone. L'arte é come una scala mobile. L'argomento trattato viene posto su un livello "altro" rispetto alla semplice parola e, anche se ci si trova a disquisire intorno a temi suggeriti dal percorso artistico, lo si fa salendo quel gradino e aggiungendo maggiore riflessione enunciando il proprio ragionamento». 

Giovedì, 01 Giugno 2017 18:09
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"Femmine si nasce, donne si diventa", scrisse nel ‘900 Simone De Beauvoir. Un modo per sintetizzare quel passaggio epocale nel quale il genere femminile intendeva smettere di essere oggetto di discussione per diventare soggetto e protagonista della propria storia. Questo potrebbe essere il senso sotteso nel nuovo libro di Monica Lanfranco, dal titolo “Parole madri. Ritratti di femministe: narrazioni e visioni sul materno”.

Il femminismo, come chiarito anche nel volume, è una delle rivoluzioni più lunghe e dense della storia umana, soprattutto perché ancora oggi continua a costruire se stesso. Nessun altro potere di cambiamento è durato così a lungo ed è ancora attivo come quello della trasformazione dei ruoli maschili e femminili prima gestiti secondo pratiche asimmetriche di potere.

Monica Lanfranco parte proprio da queste consapevolezze di trasformazione per chiarire il motivo per cui le donne hanno deciso di divenire madri, mantenendo in ogni caso la passione per la politica e per il femminismo di emancipazione.

Il libro apre numerosi scenari e permette nuove interrogazioni: in che modo il definirsi femministe può conciliare con l’esperienza della maternità? Il rapporto con chi viene al mondo cosa produce e cosa fa cambiare? E ancora: quali contraddizioni, ricchezze e diversità vivono le madri che sono attiviste e impegnate in vario modo dentro ai movimenti delle donne?

Discutere di relazioni amore, e ancora di più di materno, è certamente compito arduo, anche se già intrapreso in modo eccellente da Lea Melandri nel saggio “Amore e violenza”.

Monica Lanfranco, giornalista di mestiere, esprime posizioni chiare e nette sulla teoria e la pratica femminista quando diventano terreni conflittuali, emotivamente devastanti, empaticamente complessi. Partendo dall’esperienza di maternità di 12 intellettuali e attiviste femministe, di generazioni differenti, l’autrice del volume ha cercato di mostrare come le storie alla resa dei conti si possono intrecciare e cambiano il modo di stare al mondo, anche divenendo madri e restando femministe.

Il libro è corredato da filmografia, bibliografia e dai consigli di lettura delle dodici intervistate che sono: Beatrice Monroy, scrittrice e narratrice; Laura Cima, ex parlamentare; Federica Tourn, giornalista; Vicky Franzinetti, traduttrice; Daniela Rossi, pittrice e scrittrice; Rosangela Pesenti, counselor e scrittrice; Eleonora Bonaccorsi, editrice; Agnese Prandi, attivista nella rete scuole libertarie; Nadia Somma, giornalista e fondatrice del centro antiviolenza Demetra; Paola Lanzon, presidente del Consiglio comunale di Imola e dirigente Uisp; Marina Cinieri, esperta d’infanzia e formatrice; Lorella Zanardo, scrittrice e media attivista.







 

Mercoledì, 02 Novembre 2016 00:00
Pubblicato in Penna Rosa
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