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Io, le donne e la coscienza In evidenza

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di Dino Sturiale

 

Erano gli anni ’70 e io facevo i conti con la mia adolescenza, le tempeste ormonali si scontravano con una coscienza sociale che andava prendendo prepotentemente forma, non fu un caso, quindi, che la mia prima infatuazione  aveva il volto di una ragazza particolare, mia compagna di scuola alle medie. Scuola G. Leopardi, a Messina. Rione Taormina, una zona fortemente degradata della città ma che covava in sé grandi fermenti

La chiamavo Sally, perché mi ricordava molto il personaggio omonimo di Linus, anche se aveva il carattere di Lucy. Ero affascinato tanto dal suo viso, che mostrava una donna più che un adolescente, quanto dal suo carattere forte e determinato.

Iniziai presto a frequentare casa sua, in realtà non si trattava di una “casa” così come potremmo immaginarla oggi. Sorgeva ai margini del torrente Gazzi, al di la del ponte insieme a un nutrito gruppo di altre baracche, affrontate alle “casette” popolari di mussoliniana memoria. Sullo sfondo, sul greto del torrente, baracche ancora più fatiscenti ospitavano le attività di donne di indefinita età che lì si prostituivano, ad ogni ora del giorno, diventando per questo meta di transito per gli adolescenti “curiosi” .

L’area abitativa delle baracche sorgeva sul terreno denominato “Giovanni XXIII”, ed era vissuto con grande dignità da famiglie meno abbienti della nostra città. Frequentando quell’ambiente potei  facilmente rendermi conto di quanto fossero tutt’altro che ignoranti e qualunquisti, così come erano identificati dall’esterno.

Quegli ambienti umidi e malsani erano ravvivati da riunioni sempre più frequentate, si discuteva delle esigenze del gruppo, dell’opportunità di permettere ai propri figli di continuare gli studi, di come poter trasformare quei luoghi precari in qualcosa di più ospitale; nasceva così una coscienza di classe , complice il grande fermento di quegli anni. Io non ero consapevole, ma stavo partecipando alla nascita del PDdI, una espressione politica che si radicava nel pensiero di Marx e Lenin.

Fu così che una sera mi venne chiesto di dormire a casa loro, “Sally” me lo chiese e nei suoi occhi c’era tanta rabbia e tristezza, che io ovviamente non percepii a pieno, ero troppo felice al pensiero di condividere la notte con lei.

La notte fu molto breve, alle 4 del mattino, di un autunno del 1972, un improvviso frastuono; le deboli porte delle baracche furono facilmente abbattute e gli abitanti costretti a abbandonare i loro tuguri a colpi di manganello, e appena fuori le persone entrarono in azione le ruspe, senza dare nemmeno il tempo di mettere in salvo i pochi averi. Io fui spettatore inerme, sulla spalletta del ponte, io ma non la mia coscienza che si andava formando.

Negli anni successivi non rividi più quella ragazza (spero possa leggermi), ma altre ragazze condizionarono la mia giovane vita, ma lontano dalla mia città.

Nel 1976 mi trasferii a Roma, dove frequentai lo studio fotografico di De Bernardis e con lui un ambiente sociale più “alto”. Ma il periodo spensierato durò poco, da lì a breve fui chiamato al servizio di leva e dopo i canonici 30 giorni di adattamento, fui mandato nella mia Roma, nel quartiere a me caro, Pietralata.

Viene da se che la mia vita fuori dalla caserma era tutt’altro che simile a quelle dei mie colleghi. Fuori dall’ambiente militare avevo intrapreso una fitta serie di frequentazioni, quanto mai promiscue, che mi vedevano bazzicare Porta Pia come il testaccio. Ma la stabilizzazione avvenne, ovviamente, dopo aver conosciuto una ragazza.

Mi trovavo a largo Preneste in attesa del mitico 101, un tram che attraversava i quartieri in fase di sviluppo, il tram tardava e noi iniziammo a scambiare le nostre testimonianze di vita a Roma, lei proveniva da Agropoli e frequentava l’ambiente delle radio libere.

In quegli anni nascevano tante emittenti, non ancora regolate, che avevano la forza di aggregare gente con pensieri simili, spesso non ancora ben formati e che avevano bisogno del confronto, più che della partecipazione, come me.

Qui incontrai tante persone, e il confronto si fece sempre più ampio, la mia coscienza sociale si formava lentamente ma in maniera inesorabile, e il rispetto per la dignità di tutti prendeva forma in me, e mi veniva offerte opportunità di confronto, di conoscenza di argomenti che sino ad allora per me erano lontani.

Fu così che, insieme alle ragazze della radio che frequentavo, Radio Onda Rossa, mi ritrovai a sfilare in un corteo a favore della Legge sull’aborto. Era Marzo del 1978, lì conobbi le Donne.

A maggio mi congedai dall’esercito ma continuai a vivere a Roma, ospite del “convento occupato”, un collettivo di donne, femministe, nato all’interno di un convento 500ntesco. Con loro e attraverso le loro lotte per la determinazione del riconoscimento di diritti sociali e umani, imparai a comprendere quel grande universo che, pur essendo in noi, pur essendo parte integrale del nostro essere, a noi uomini è fortemente sconosciuto

In quel convento vissi sei mesi, unico uomo. Fra i dibattiti e le liti, non era facile per me comprendere tutto: gli slogan, i gesti, e così stavo spesso in disparte, accusato di non voler condividere la lotta, in realtà ero solo incapace. Mi aiutarono molto quei sei mesi, non si discuteva solo di problematiche “femminili”, ma di scuola, delle esigenze deli operai, della fascia povera della città; sempre crescente e disadattata; qui si è formata buona parte della mia coscienza sociale, quella che oggi posso trasmettere a mia figlia e alla società, attraverso queste pagine o le mie foto.

Leggo però che una sindaca qualsiasi ha deciso di sfrattare la “Casa Internazionale delle Donne”, un nuovo nome per identificare un vecchio luogo a me caro: il convento occupato. Sfrattarlo, per una mera questione di affitto, significa porre un prezzo a decenni di lotta, a milioni di persone con una coscienza sociale formata, a mille lotte ancora da venire e, soprattutto a una cultura ancora da formare.

Può una donna distruggere quanto migliaia di altre donne hanno realizzato in decenni? Non so se ci riuscirà mai, ma il semplice  fatto che abbia pensato di sfrattare la casa delle donne, riporta lei e il suo gruppo politico a un meschino passato.

La sindaca di sicuro non rappresenta le donne che amo e che ho amato 

Dino Sturiale

Dino Sturiale, fotografo a metà strada tra teatro e giornalismo dal maggio del 1981, quando ho realizzato il mio primo lavoro “serio”: andava in scena “Splendore e morte” di Peppe Alesi e io ero fra le quinte a cogliere l’anima di teatranti e attori in un click. Odio le ingiustizie, contro cui scaglio un “Carrettino delle idee” fondato nel 2009 con Vincenzo Consolo. Eravamo marinai entusiasti in questo mondo tutto da cambiare. Nulla è cambiato, ma presto un carrettino seppellirà tutte le ingiustizie

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