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A schiena dritta In evidenza

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In Italia sono tantissimi i giornalisti minacciati. I numeri sono accecanti e impressionanti. I dati sono forniti da Ossigeno per l’informazione, un osservatorio nato con il patrocinio dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti e la Federazione nazionale della Stampa Italiana con l’obiettivo di offrire una visione completa e aggiornata dello stato dell’informazione in Italia e in particolare dei giornalisti che sono minacciati.

Nel 2013 ben 207 professionisti hanno subito intimidazioni, e purtroppo i numeri crescono ogni giorno. L’intimidazione assume varie forme: gomme tagliate, vetri rotti, sputi in faccia, richieste di risarcimento e la più “classica” lettera minatoria. Queste storie, tuttavia, muoiono appena raccontate e alcune faticano a trovare spazio nelle pagine dei giornali. Non è possibile raccontare tutte le storie di questi professionisti, ma ci è parso doveroso aprire una finestra sul questo mondo fatto di giornalisti con la schiena dritta che ogni giorno fanno il loro dovere servendo solo il principio della libertà. Uno di questi è Alessandro De Pascale, giornalista campano, autore di un libro- inchiesta “Telecamorra” che ha portato alla luce gli interessi loschi della camorra nell’etere. Qualche mese fa De Pascale ha ricevuto una lettera minatoria ma nonostante tutto continua il suo lavoro con la forza e la determinazione di sempre.

Qualche mese fa hai subito una lettera minatoria. Quanto hanno influenzato queste pressioni il tuo lavoro?

Fin dall'inizio, nel preciso istante in cui ho iniziato a fare questo lavoro, avevo messo in conto gli "effetti collaterali" di questo impegno. Desideravo fare questo mestiere fin da piccolo, anche se la passione per il giornalismo d'inchiesta naturalmente è arrivata dopo, negli anni, quando sono diventato più grande. Di conseguenza, per fare questo tipo di lavoro, in quello che considero il vero giornalismo, per l'appunto quello di inchiesta, devi essere cosciente e prepararti fin dall'inizio a cosa andrai incontro.

Del resto non è la prima volta che ricevo intimidazioni, era già successo altre volte, anche se mai così dirette. Fin dall'inizio, sapevo inoltre che "Telecamorra" avrebbe toccato grandi interessi, dato fastidio a parecchi clan e imprenditori in odor di camorra, facendone nomi e cognomi e denunciando pubblicamente una grave infiltrazione della criminalità organizzata, in un settore importante e delicato. Ricordo che nel 2008, quando pubblicai la prima inchiesta su "Telecamorra", diventata la storia di copertina del settimanale "Left-Avvenimenti", l'allora direttore decise di affidare un pezzo di contorno ad altri redattori e ne scrisse lui stesso uno (cosa che peraltro non faceva mai, realizzando ovviamente soltanto i suoi editoriali), proprio per "proteggermi", cercando di evitare che potessi diventare soltanto io l'obiettivo degli eventuali atti intimidatori. Ma purtroppo fu parzialmente inutile, visto che arrivarono già allora le prime minacce, anche se velate. Queste non hanno mai cambiato, e mai lo faranno, il mio lavoro. Anzi, proprio in questi casi bisogna andare avanti, non lasciarsi intimidire o spaventare, così da non dargliela vinta. Semmai stavolta la cosa è stata più fastidiosa, soltanto perché la lettera minatoria è arrivata nella buca delle lettere della mia abitazione privata.

Nel tuo libro “Telecamorra” hai denunciato gli interessi della camorra nel settore radiotelevisivo ma in generale tutto il tuo lavoro mira a raccontare le storie del malaffare. Che cosa significa per te essere giornalista?

Ti ho parzialmente risposto prima. Considero il giornalismo d'inchiesta il vero giornalismo, quello che attraverso la conoscenza mette le persone nelle condizioni di farsi un'opinione su un determinato settore, una persona, un'organizzazione criminale piuttosto che un'impresa. In Italia, a differenza ad esempio del giornalismo anglosassone nel quale le due cose sono ben distinte, leggo troppo spesso articoli che sono già un'opinione. Vedo colleghi che non hanno la schiena dritta, che a volte si piegano appena iniziata la carriera in nome del denaro o diventando megafono di gruppi di potere non meglio identificati. Deriva di conseguenza da questo, la cattiva fama di cui godono i giornalisti nel nostro Paese, cosa che onestamente mi fa davvero male.

Personalmente amo, viceversa, un'informazione "sterile" che si limiti a raccontare fatti, quasi come in un grande reportage, nel quale descrivi luoghi o persone ma ti spingi anche oltre mettendo a nudo una realtà. Provo a farlo anch'io ma non ho la presunzione di dire che ci riesco, ma dato che amo questo mestiere, che per me è un lavoro e una passione allo stesso tempo, ci metto il massimo dell'impegno. Non è compito del giornalismo cambiare le cose e nemmeno quello di limitarsi a seguire giorno per giorno la cronaca politica, nera ed economica, ma semmai di raccontare cosa non va, dare spazio alle buone pratiche, confrontare realtà diverse che magari hanno gli stessi problemi, affrontati però trovando differenti soluzioni. A volte il giornalismo d'inchiesta può tuttavia anche incidere in maniera determinante, attraverso la forza dei fatti, facendo cambiare delle cose. Come esempio mi viene in mente l'Italia dei valori che alle politiche del 2008 prende il 4,3 per cento dei voti mentre alle ultime resta fuori dal Parlamento non superando lo sbarramento con il 2,2 per cento nonostante fosse in coalizione con Azione Civile, La Rete 2018, Movimento Arancione, Partito dei Comunisti Italiani, Partito della Rifondazione Comunista e Federazione dei Verdi. Lo stesso leader Idv, Antonio Di Pietro ammetterà: «L’Italia dei Valori è finita domenica sera, a Report», quando il team della Gabanelli, in un'inchiesta sui rimborsi elettorali ai partiti, andata in onda nell'ottobre 2012, mette in relazione l'aumento dei suoi beni immobili con una serie di fatti opachi nella gestione dei fondi del patito. Episodi in parte già noti ma che hanno portato gli italiani a togliergli la fiducia, nel segreto dell'urna, poiché ai loro occhi si era presentato come un moralizzatore.

La mafia è sempre più globale e i mezzi per contrastarla sono sempre meno adatti, anche la capitale non è immune da questo fenomeno. Qual è la realtà che si è delineata?

La nostra capitale è sempre più una città multietnica. Secondo i dati forniti dalla questura Roma è la città d'Italia col maggior numero di stranieri. Sui 4 milioni e mezzo stimati nell'intero Paese, circa 300mila si trovano nella Capitale e nella sua Provincia. Di conseguenza, tra loro ci sono anche le rispettive organizzazioni criminali. C'è la mafia cinese, quella balcanica e dell'est Europa, i cartelli latinoamericani e quelli africani. Per loro, Roma è infatti diventata terra di conquista: per commettere reati e imporre la loro presenza con modalità mafiose all'interno della propria comunità (che troppo spesso non denuncia, a volte anche solo perché immigrati irregolari), per gestire attività illecite "aperte a tutti", come il traffico di stupefacenti e per riciclare i proventi di questi business.

Per ora, ognuno si è ritagliato un proprio mercato e ambito di azione. Non si pestano i piedi tra loro e hanno viceversa raggiunto accordi con le nostre mafie. Ma molti investigatori temono che la pax possa terminare, con effetti devastanti e una recrudescenza dei fatti di sangue. Da qualche anno a questa parte, a Roma si è infatti ripreso a sparare, segno che stanno cambiando gli equilibri. Il problema è che a volte siamo a corto di mezzi per contrastare le nostre mafie, figuriamoci quelle transnazionali. Alcune città lo hanno già fatto, dotando gli organici delle forze dell'ordine di persone che parlano almeno una lingua straniera.

Ma è quanto mai necessario attrezzarsi bene, prima che sia troppo tardi, a livello sia logistico che normativo. Tuttora si hanno infatti problemi anche solo a tradurre delle telefonate intercettate, comprendere dialetti o modi di dire locali, figuriamoci nel far condannare i clan stranieri per il reato di associazione mafiosa che, infatti, troppo spesso viene derubricato ad associazione a delinquere semplice.

Progetti futuri?

Dei progetti futuri non amo parlare, preferisco lo facciano gli altri, cosa che a breve avverrà, ma non celo nulla.

Claudia Benassai

 Solare idealista e sognatrice, amo la Sicilia e le bellezze che ci regala. Ho conseguito la laurea triennale in “Scienze dell’informazione: editoria e giornalismo” con una tesi sul cinema eoliano e l’uso metaforico del paesaggio. Subito dopo, ho deciso di tuffarmi nel mondo accademico romano, ottenendo la laurea specialistica in “Editoria e Scrittura”, curriculum “Forme dell’inchiesta e giornalismo storico antropologico”. La seconda tesi si è così incentrata sul rapporto stampa-mafia e sui giornalisti che hanno pagato con la vita le proprie inchieste e denunce. Sono fermamente convinta che idee e parole possano cambiare il mondo.

 

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